Un'importante vittoria per per Trump ma anche una sentenza destinata a riaccendere lo scontro sui diritti e sull’identità di genere

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Vittoria per Donald Trump: gli Stati americani possono vietare alle ragazze transgender di partecipare in sport femminili. Lo ha stabilito la Corte Suprema americana, intervenendo su uno dei temi più controversi del dibattito politico e giudiziario a stelle e strisce. La sentenza riconosce infatti agli Stati la possibilità di vietare agli atleti trans di partecipare alle competizioni sportive scolastiche e universitarie femminili.Al centro del procedimento c’era l’interpretazione del Titolo IX, la legge federale approvata nel 1972 che vieta le discriminazioni basate sul sesso nei programmi educativi finanziati con fondi pubblici. Secondo la Corte, poiché il Titolo IX consente espressamente la costituzione di squadre sportive separate per sesso, gli Stati possono stabilire che l’appartenenza alle categorie maschili o femminili dipenda dal sesso assegnato alla nascita.La decisione conferma le leggi già approvate in numerosi Stati. Attualmente 27 Stati americani vietano o limitano la partecipazione delle donne e delle ragazze transgender alle competizioni sportive femminili. I sostenitori delle restrizioni affermano che le atlete nate di sesso maschile potrebbero avere vantaggi fisici legati alla forza, alla velocità e alla struttura corporea, compromettendo l’equità delle competizioni. Le associazioni per i diritti delle persone transgender sostengono invece che i divieti costituiscano una discriminazione e violino sia la legislazione federale sia il principio di uguaglianza garantito dalla Costituzione.Come evidenziato da Npr, la Corte Suprema era stata chiamata a pronunciarsi su due vicende differenti, avvenute in Idaho e in West Virginia. Il primo caso riguardava Lindsey Hecox, studentessa transgender della Boise State University, alla quale era stato impedito di partecipare alle selezioni per la squadra universitaria femminile di atletica. Hecox aveva contestato il provvedimento, sostenendo che il divieto violasse il diritto alla pari protezione previsto dalla Costituzione. I tribunali inferiori le avevano dato ragione. In seguito, la studentessa aveva lasciato l’università. Dopo essere rientrata nel 2025, aveva deciso di non partecipare alle competizioni sportive universitarie di massimo livello.Il secondo procedimento era stato avviato da Becky Pepper Jackson, studentessa transgender del West Virginia esclusa dalle competizioni scolastiche femminili in base alla normativa dello Stato. Becky, registrata come maschio alla nascita, aveva iniziato a vivere come ragazza già durante le scuole elementari e si era iscritta alla squadra femminile di corsa. Dopo una serie di risultati modesti, aveva iniziato a frequentare discipline come il getto del peso e il lancio del disco, migliorando i propri risultati e inanellando una serie di ottimi piazzamenti nelle competizioni scolastiche. Il procuratore generale del West Virginia John McCuskey, aveva citato proprio i risultati raggiunti dalla studentessa per sostenere la necessità della legge. Secondo McCuskey, le differenze biologiche tra uomini e donne avrebbero un effetto rilevante sulle prestazioni sportive.