Pubblicato il: 30/06/2026 – 17:49
CATANZARO «“Tornate tra quattro anni”. Un provvedimento della Corte d’Appello di Catanzaro fissa al 6 marzo 2030 il rinvio di una causa civile. Si rinvia al 6 marzo 2030. C’è scritto così, nero su bianco, in un provvedimento della Corte d’Appello di Catanzaro depositato il 9 giugno 2026. Un cittadino che ha proposto appello dovrà attendere fino a quella data per avere la prossima udienza, ed ovviamente anche a quella udienza nel 2030 la causa non verrà decisa poiché nel frattempo sarà cambiato anche il relatore ed il collegio giudicante, quindi ci sarà l’ennesimo rinvio a distanza di altri 3/4 anni almeno (nel frattempo saremo già nel 2034). Non per la sentenza, ma per sperare che la causa possa andare, magari, in decisione. E pensare che la causa era iniziata nel 2013». Lo riferisce in una nota l’avvocato Antonello Talerico, del Consiglio nazionale Forense per il distretto della Corte d’Appello di Catanzaro. «Quindi – prosegue Talerico – un rinvio a quattro non è una svista del giudice, è il giudice stesso a spiegarlo. Le risorse della sezione, fino al 30 giugno 2026, vanno destinate in via prioritaria ed esclusiva alle cause più antiche — quelle iscritte dal 2018 e ancora pendenti al 31 dicembre 2022 — in attuazione del piano straordinario di smaltimento previsto dal decreto-legge 8 agosto 2025, n. 117, oggi legge n. 148 del 2025. Chi non rientra in quella forbice non viene giudicato più tardi: viene messo in coda. Fino al 2030. Qui sta il paradosso, e va detto con chiarezza. Quella normativa in forza della quale si giustifica un rinvio a 4 anni di distanza porta un titolo che è quasi una promessa: «misure urgenti in materia di giustizia». Nasce per ridurre la durata dei processi civili e centrare gli obiettivi del Pnrr. Applicato a questa causa, produce l’esatto contrario: un rinvio di quattro anni. La norma scritta per accorciare i tempi, calata nella realtà di una sezione oberata, li dilata. C’è un dettaglio che da solo fotografa tutto. Lo stesso decreto, nell’articolo che ne disciplina la copertura finanziaria, mette in conto le proprie spese fino al 2035. Anno per anno: 2030, 2031, 2032 e oltre. Lo Stato, mentre invoca l’urgenza, certifica nel proprio bilancio che il problema durerà ancora un decennio. Sa di non farcela, e lo scrive».






