Il rapportoIl 55% del segmento esporta negli Stati Uniti. Di fronte ai dazi, quasi nessuna cambia strategia: si difendono i prezzi e si sacrificano i margini. E solo 2 imprese su 10 hanno strumenti adeguati per decidere nell’incertezzadi Lorenzo Pace30 giugno 2026In uno scenario in cui più della metà delle medie imprese industriali italiane esporta negli Stati Uniti, la risposta prevalente ai dazi non è la riorganizzazione commerciale e neanche il riposizionamento geografico: è l’assorbimento. Tre quarti di chi è esposto al mercato americano, infatti, sceglie di non traslare il rincaro sul cliente, scaricandolo invece sui propri margini. È il dato più netto che emerge dal XXV Rapporto sulle medie imprese industriali italiane, realizzato dall’Area Studi Mediobanca, dal Centro Studi Tagliacarne e da Unioncamere e presentato oggi a Siena.Domande di approfondimento generate da 24Ore AITenere la posizioneI numeri parlano chiaro. Il 44,4% delle Mid-Cap esposte agli Usa mantiene i prezzi a parità di volumi; il 30,9% li mantiene accettando una contrazione delle quantità vendute. Sommati, tre imprese su quattro scelgono di difendere il rapporto con il cliente americano comprimendo la redditività.Le alternative restano marginali: solo il 14,8% riduce i prezzi per proteggere i volumi, il 13,6% punta sulla diversificazione verso altri mercati, il 4,9% valuta l’apertura di nuovi siti produttivi negli Stati Uniti e il 4,3% ipotizza triangolazioni con paesi terzi.L’incertezza come moltiplicatore di rischioI dazi sono la punta visibile di un’instabilità più profonda. Il 73,9% delle medie imprese ritiene che il contesto internazionale abbia già generato un aumento dell’incertezza sull’attività e sulle prospettive di business, con oltre 7 imprese su 10 che stimano ricavi inferiori nei prossimi dodici mesi rispetto a uno scenario di maggiore stabilità.I principali fattori di rischio indicati sono la volatilità dei costi energetici e delle materie prime (54,5%) e le tensioni geopolitiche (53,8%) — quasi a pari merito con la questione tariffaria. Le prospettive per il 2026 restano positive — fatturato atteso in crescita del 2,5%, export del 2,7% — ma poggiano su un terreno sempre più friabile.