Il Fascicolo Sanitario Elettronico è noto all’83% degli italiani, ma solo il 42% lo ha mai aperto. È questa la cifra più rivelatrice emersa dall’Osservatorio Sanità Digitale 2026 del Politecnico di Milano: un sistema che ha ricevuto investimenti senza precedenti con il PNRR, costruito infrastrutture solide e standard tecnici condivisi, ma che si trova ora davanti a un ostacolo che nessun miliardo può abbattere da solo. Quello che manca non è la piattaforma: è la cultura per usarla.Indice degli argomenti

Il PNRR ha messo le fondamenta: ora serve l’edificioCCE, FSE e CDSS: tre strumenti in sequenza, tre gradi di maturitàIl paradosso dell’adozione: le macchine sono connesse, le persone ancora noIl vero problema viene adesso: maturità digitale, non acquistiL’obiettivo: il Learning Health System, e la distanza che ci separaChi deve cambiare, e perché la risposta è prima educativa che tecnologicaFormare i professionisti: non corsi occasionali, ma percorsi strutturatiIl lato paziente: educazione intergenerazionale alla salute digitaleIl PNRR ha messo le fondamenta: ora serve l’edificioIl PNRR non ha cambiato la sanità italiana. Non è andata così, o meglio: non ancora.Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha fatto qualcosa di importante: ha messo risorse su un tavolo che ne aveva bisogno. Quindici miliardi e mezzo sulla Missione 6, l’8,16% del totale PNRR, superando la media storica del 6% del PIL destinato alla sanità. Un miliardo e trecento milioni per il FSE, un miliardo e mezzo per la telemedicina. Ma ora che le infrastrutture sono avviate, è il momento di fare il passo successivo. Il PNRR ci ha dato le fondamenta. Per costruire l’edificio non servono altri mattoni: servono competenze e cultura.Secondo i dati dell’Osservatorio l’82% delle aziende sanitarie ha la CCE attiva, il 96% dei medici la usa per consultare referti. Ma il CDSS — il sistema che usa quei dati per supportare le decisioni cliniche — è presente soltanto nel 24% delle strutture.Sembra la tangenziale esterna di Milano, idea giusta, progetto realizzato ma pochi automobilisti.CCE, FSE e CDSS: tre strumenti in sequenza, tre gradi di maturitàVale la pena chiarire cosa sono questi tre strumenti, perché spesso vengono trattati come sinonimi quando rappresentano tre livelli distinti di un’evoluzione ancora incompiuta.La CCE, Cartella Clinica Elettronica, è il registro digitale del paziente all’interno della struttura ospedaliera: storia clinica, referti, prescrizioni, note dei medici, diari infermieristici. È lo strumento operativo quotidiano del professionista. In Italia i principali fornitori per il SSN sono Dedalus Italia, Engineering, e GPI, principali aggiudicatari delle gare Consip sui sistemi informativi clinico-assistenziali: la prima nel 2022 e la seconda nel 2024, entrambe nell’ambito dell’attuazione del PNRR. Accordi quadro pluriennali che vincolano le scelte tecnologiche delle aziende sanitarie per un decennio.Il FSE, Fascicolo Sanitario Elettronico, è il livello successivo: non vive dentro un ospedale ma nella relazione tra il cittadino e l’intero sistema sanitario. È accessibile al paziente, al medico di medicina generale, allo specialista di un’altra struttura. Il FSE 2.0, finanziato dal PNRR, non è più un raccoglitore di PDF statici ma un sistema data-centric basato sullo standard HL7 FHIR — Fast Healthcare Interoperability Resources — che consente l’estrazione granulare dei dati per alimentare l’EDS, Ecosistema Dati Sanitari nazionale, di cui è titolare il Ministero della Salute e gestore AGENAS. Anche se il fascicolo comincia ad alimentarsi i cittadini devono fornire esplicito consenso al consulto per poter rendere i dati accessibili agli operatori.Il CDSS infine, Clinical Decision Support System, è il livello che ancora manca quasi ovunque. Non archivia: legge i dati in tempo reale e supporta la decisione clinica. Avvisa di un’interazione farmacologica rischiosa, segnala un pattern nei parametri vitali, suggerisce un percorso diagnostico coerente con la storia del paziente. È il passaggio dall’AI come archivio all’AI come intelligenza attiva. Il 24% di diffusione fotografa esattamente quella distanza.Il paradosso dell’adozione: le macchine sono connesse, le persone ancora noL’83% dei cittadini conosce il FSE. Solo il 42% lo ha usato. Di chi lo conosce ma non lo usa, il 38% trova più semplice altri canali, il 29% non sa come accedere. Tra i medici specialisti i non-utilizzatori sono ancora il 52%. Tra gli infermieri, il 70%. Motivo principale dichiarato: il FSE non è integrato nelle piattaforme di lavoro quotidiane — lo dice il 25% dei medici, il 40% dei medici di medicina generale.C’è poi la questione geografica. Il consenso al FSE raggiunge il 93-94% in Emilia-Romagna e nel Nord-Ovest, e si ferma al 28% in Sicilia. Significa che un paziente che si sposta da Catania a Bologna porta con sé una continuità informativa radicalmente diversa. La mobilità sanitaria si scontra con un divario che non è tecnologico ma culturale.Su questo fronte il PNRR ha svolto un ruolo che merita di essere riconosciuto: non solo quello di finanziare hardware, ma quello di imporre regole comuni. Le milestone della Missione 6 hanno spinto le Regioni verso obiettivi condivisi e standard tecnici uniformi, e l’obbligo alle strutture private è figlio di questa logica unificante. Ma l’Osservatorio PoliMI è lucido: anche un FSE tecnicamente omogeneo non raggiunge il suo obiettivo se la distribuzione del consenso resta eterogenea sul territorio.Il vero problema viene adesso: maturità digitale, non acquistiC’è un momento nella trasformazione di qualsiasi sistema complesso in cui la logica dell’acquisto esaurisce il suo potere. I server ci sono, le piattaforme sono attive, i contratti sono firmati. E ci si accorge che niente si muove da solo. Questo è il momento in cui la vera sfida comincia, ed è esattamente dove si trova oggi il SSN italiano.La maturità digitale non si acquista da un fornitore. Si costruisce dentro le organizzazioni attraverso tre leve ancora largamente sottosviluppate.La prima è la data literacy: la “patente” per leggere e usare criticamente il dato clinico e gli algoritmi che lo elaborano. Non significa saper programmare — significa saper fare le domande giuste a un sistema che sa dare solo le risposte per cui è stato addestrato.La seconda è la data governance: le regole, i processi e le responsabilità che garantiscono qualità, sicurezza e tracciabilità del dato nel tempo. Il principio è brutale: garbage in, garbage out. Un algoritmo allenato su dati incompleti o “sporchi” produce output inaffidabili, e in ambito clinico un output inaffidabile non è un bug: è un rischio inaccettabile per il paziente.La terza, forse la più sottovalutata, è la comprensione del dato come byproduct: sottoprodotto dell’attività assistenziale. Ogni referto, ogni nota clinica, ogni misurazione è un dato che già esiste. La differenza tra un sistema che lo usa e uno che lo disperde non sta nell’hardware. Sta nel fatto che qualcuno abbia deciso che vale qualcosa, strutturando processi di raccolta pulita — labeling, data cleansing, standardizzazione semantica — e costruendo le competenze per trasformarlo in informazione utile. Questo lavoro è invisibile, faticoso, poco glamour.Eppure separa un ospedale che ha device arricchiti da AI da uno davvero potenziato, a vantaggio di pazienti e operatori.L’obiettivo: il Learning Health System, e la distanza che ci separaIl Learning Health System (LHS) è il modello verso cui tendono i sistemi sanitari più maturi: ogni atto clinico genera dati, ogni dato alimenta l’algoritmo, ogni algoritmo migliora la decisione successiva. Un ciclo in cui la pratica clinica quotidiana diventa ricerca in tempo reale, e la ricerca torna nella pratica senza aspettare anni di pubblicazioni.I vantaggi sono documentati: diagnosi più precoci, percorsi terapeutici personalizzati, riduzione degli errori, ottimizzazione delle sale operatorie e gestione predittiva delle scorte.E poi c’è il vantaggio che nei bilanci non appare mai: il sollievo del professionista sanitario.I dati sul burnout nel SSN sono da anni tra i più preoccupanti d’Europa. Medici e infermieri non hanno bisogno di più schermi davanti: hanno bisogno di meno burocrazia.È però doveroso essere onesti: non sappiamo quando arriveremo a un LHS maturo nel SSN italiano. È una dichiarazione tecnica, non retorica. Qui non abbiamo scadenze imposte come il PNRR, saremo noi a definire velocità e profondità di attuazione.Il percorso dipende purtroppo da variabili lente: la costruzione di competenze interne agli ospedali, l’inserimento della governance del dato nelle priorità reali dei direttori generali, il colmare il divario che separa chi è avanti per la scalabilità del sistema — Emilia-Romagna e Friuli sul FSE, Lombardia sulla telemedicina, Veneto sulla CCE — da chi ancora fatica a partire. E dipende da quanto chi lavora nel sistema e chi lo usa si sentirà parte attiva della trasformazione, invece che oggetto passivo di un cambiamento imposto dall’alto.Chi deve cambiare, e perché la risposta è prima educativa che tecnologicaServono percorsi strutturati per i professionisti sanitari: non corsi occasionali su come accedere al FSE, ma programmi continui integrati nella formazione ordinaria.Formare i professionisti: non corsi occasionali, ma percorsi strutturati I dati degli Osservatori del PoliMI sull’adozione della telemedicina dicono che il collo di bottiglia non è la consapevolezza dello strumento, ormai alta, ma la competenza nell’usarlo e il rinforzo organizzativo che rende quell’uso normale.La competenza si forma. Il rinforzo si organizza. Nessuno dei due arriva da solo.La mia esperienza personale, come già scritto, è che la leadership non ha ancora realizzato queste priorità. Questo è un chiaro indizio della velocità col quale arriveremo al Learning Health System.Il lato paziente: educazione intergenerazionale alla salute digitaleE poi c’è il lato paziente, il più trascurato. Il 42% di utilizzo del FSE tra i cittadini non è solo un dato sulla piattaforma: è un dato sulla cultura digitale del paese. I giovani di oggi non sono i pazienti di oggi, ma sono la risorsa più preziosa per chi il sistema sanitario lo usa molto: genitori anziani e nonni che da soli non riuscirebbero a navigare il FSE o a gestire un referto digitale. L’idea che un giovane possa insegnare a un anziano ad essere autonomo nel rapporto con il proprio fascicolo non è un’utopia: è un modello di educazione intergenerazionale che può funzionare in modo spontaneo. Rendiamolo deliberato. Portiamolo nelle scuole e nei luoghi dove le generazioni si incontrano davvero.Perché quello che il 28% di consenso al FSE in Sicilia contro il 93% in Emilia-Romagna fotografa non è un divario di infrastrutture. È un divario di fiducia, di abitudine, di educazione alla salute digitale. Nessuna piattaforma può colmarlo da sola.Il Learning Health System non si costruisce soltanto nei server degli ospedali. Si costruisce nelle famiglie e nelle aule scolastiche, nelle conversazioni in cui qualcuno spiega cosa è il FSE e perché vale la pena usarlo. È una priorità sociale ed educativa prima ancora che tecnologica. Abbiamo avuto il coraggio di investire. Adesso dobbiamo avere pazienza e determinazione di formare.