di

Gennaro Scala

Dal primo arresto a 13 anni all'incontro con il manager-mentore Cus D'Amato che gli ha cambiato la vita. La condanna per stupro, il carcere e il ritorno sul ring con lo youtuber Jake Paul a 20 anni dall'addio

«Ma, per un miliardo, saliresti sul ring con Mike Tyson?». Erano gli anni Ottanta, l’euro non c’era ancora e Iron Mike si era trasformato in un meme ante litteram, un’antonomasia concettuale: l’uomo che non può essere sconfitto. Oggi, martedì 30 giugno, quel ragazzo di Brooklyn compie 60 anni. Una vita vissuta sempre a tremila giri al minuto, sospesa sul filo che divide il talento puro dall'autodistruzione.C’è un momento esatto in cui il mondo ha capito che Mike Tyson non sarebbe stato un bambino come gli altri. Accadde quando un ragazzo più grande uccise uno dei suoi amati piccioni, gli unici amici di un’infanzia solitaria. Il piccolo Mike, fino a quel giorno paffuto e impacciato, reagì sferrando un destro fulmineo. Fu la sua prima rissa. L'inizio di una metamorfosi che lo avrebbe trasformato nell'«uomo più cattivo del pianeta» e, al contempo, nel più giovane campione del mondo dei pesi massimi della storia.

La parabola di Tyson è un romanzo noir. Primo arresto a 13 anni, i primi passi nel tunnel della droga da adolescente, poi la perdita della madre a 16. A salvarlo — o almeno a deviare il suo destino — arriva Cus D'Amato: mentore, manager e padre adottivo. Quando Cus muore nel 1985, lascia nel cuore di Iron Mike un vuoto impossibile da colmare.