di
Elena Meli
Per il quindicenne poi diventato santo è stata fatale, ma oggi non è più considerata incurabile: i dati di una ricerca coordinata dal Bambino Gesù confermano la possibilità di evitare la chemio nella leucemia promielocitica acuta, con una sopravvivenza che supera ampiamente il 90 per cento
Una leucemia molto aggressiva, al punto da essere chiamata «fulminante»: la leucemia promielocitica acuta che nel 2006 fu fatale per San Carlo Acutis, allora quindicenne, non è più considerata incurabile e anzi, può essere gestita con successo attraverso un trattamento che fa del tutto a meno della chemioterapia: lo dimostra l’analisi finale di uno studio internazionale coordinato da Franco Locatelli, responsabile dell’area clinica e di ricerca di Oncoematologia, terapia cellulare, terapie geniche e trapianto emopoietico dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma, presentata a Stoccolma durante l’ultimo congresso dell’European Hematology Association.
Sopravvivenza tra il 97 e il 100 per cento I dati sono stati accolti con entusiasmo al congresso, perché come ha spiegato Locatelli «Si tratta del primo regime realmente privo di chemioterapia (nei precedenti studi si era sempre aggiunto almeno un ciclo di antracicline, soprattutto nella prima fase di terapia, ndr), elemento che comporta molti vantaggi per i pazienti, che per esempio non vedono cadere i capelli e non hanno per forza la necessità di essere ricoverati per ulteriori trattamenti». Lo studio presentato a Stoccolma ha riferito i dati di 114 bambini e adolescenti di cinque diversi Paesi europei fra cui l’Italia, tutti con una nuova diagnosi di leucemia promielocitica acuta, una rara leucemia mieloide provocata dalla traslocazione di un cromosoma; un terzo di loro era ad alto rischio, tutti sono stati trattati con un approccio senza chemio a base di acido all-trans-retinoico e triossido di arsenico. C’è stato un solo decesso, nella prima fase di trattamento, per un’emorragia cerebrale; tutti gli altri partecipanti sono vivi e stanno bene e a due anni, per esempio, la sopravvivenza complessiva supera il 97 per cento in chi è ad alto rischio ed è del 100 per cento in tutti gli altri.






