di Francesco Ingardia
Lucacci scampanella. Il metallo tintinna, continua l’era di un esponente FdI al timone del parlamentino. Ma il sorriso è un filo tirato quando partono gli applausi sudati dagli scranni bollenti del centrodestra. La maggioranza è appena andata sotto. Ha blindato e portato a casa alla seconda votazione, sì, la presidenza del consiglio comunale con l’avvocato ed ex capogruppo dei meloniani. Ma con 18 voti, con tre franchi tiratori sparvieri di una maggioranza che in dote, e compatta, avrebbe 21 scranni, contando il sindaco.
Ora, domanda legittima: ma Fratelli d’Italia, in virtù di un accordo nazionale per strizzare l’occhio ai calendiani di Azione, anziché ai vannacciani di Futuro Nazionale, non voleva candidare il civico Marco Donati?. Ecco, il piano A già era tramontato alle 9.38 di ieri, per bocca del consigliere FdI Alessio Mattesini: "Abbiamo preso atto della volontà espressa da Donati di accettare l’incarico solo a fronte di un sostegno unanime del consiglio comunale. Una condizione che, considerata la natura della votazione a scrutinio segreto, non poteva essere garantita". Della serie: no acclamazione, no party. Per questo scatta il piano B "condiviso" dal centrodestra di promuovere Lucacci. Il quale accoglie la richiesta alta di Romizi (Avs) di sospendere i lavori per trovare "in aula e non a Roma" la "più ampia convergenza possibile". La sponda arriva dal Pd, con la lectio magistralis oratoria da parte di Vincenzo Ceccarelli. Il più attrezzato tra i presenti, per distacco, visto il lungo cursus honorum. Bacchettando prima la maggioranza "per non aver minimamente coinvolto le minoranze", soltanto per la notifica dell’operazione Donati a fatto (in)compiuto.








