La prima volta che i Beatles vanno a suonare in America, John Kennedy è morto da tre mesi. Lo dico per far capire a che punto del presunto progresso sociale siamo, quando succede quella cosa che Paul McCartney racconta ogni tanto: gli dicono che suoneranno davanti a una platea divisa tra bianchi e neri, e loro dicono no, non se ne parla.
Un altro giorno parliamo del fatto che i Beatles venivano da una monarchia, e persino quella era più avanzata degli Stati Uniti d’America, la presunta più grande democrazia d’occidente che a metà anni Sessanta trovava ancora normale il segregazionismo.
Per oggi vorrei solo dire che aveva fatto in tempo a morire (da un anno e mezzo) Marilyn Monroe, la quale era riuscita a far cantare Ella Fitzgerald al Mocambo (quello di Los Angeles, non quello di Paolo Conte) promettendo al proprietario che sarebbe stata in prima fila tutte le sere, se lui lasciava cantare quella nera in un locale per bianchi. Aveva fatto in tempo a morire la Monroe, e ancora agli americani sembrava normale una platea segregata: siamo fatti al novantacinque per cento di abitudini.
Chissà quanti decenni ci vorranno, e se saremo ancora vivi io che scrivo e voi che leggete, quando passerà il concetto che filmare qualcuno che non ha acconsentito a essere filmato è una violenza, e che per ogni George Floyd che viene vendicato perché esiste un filmato della sua morte ci sono cento Amy Cooper la cui vita viene infelicitata perché la società degli anni Venti ha fatto progressi nell’abolizione del segregazionismo ma non nella comprensione che il prepotente è quasi sempre chi filma e quasi mai chi viene filmato.






