Dopo il caldo estremo arrivano i temporali, ma l’emergenza climatica resta. Le prime precipitazioni sono state ieri sull’arco alpino, i rovesci più forti sono attesi domani sera al centro-nord. Da una parte contribuiranno ad abbassare le temperature, mettendo fine alla più estesa e intensa ondata di calore che l’Europa abbia mai conosciuto; ma dall’altra i fortunali potrebbero provocare danni importanti. I due eventi sono collegati: più fa caldo, più l’acqua evapora e l’energia si accumula in atmosfera per poi abbattersi a terra sotto forma di eventi devastanti come i downburst. Con questo termine si indicano le colonne d’aria fredda in rapida discesa, che una volta arrivate al suolo si propagano in forti raffiche di vento orizzontali. Con il riscaldamento globale dovuto all’inquinamento umano, la probabilità e l’intensità di questi fenomeni stanno aumentando: è uno scenario molto più preoccupante rispetto al «clima caraibico» evocato dal presidente del Senato La Russa. L’Italia non è pronta ad affrontarlo perché non investe abbastanza in prevenzione.
Secondo Ispra 1,3 milioni di italiani vivono in aree a elevato pericolo di frane e 6,8 milioni sono a rischio medio o alto di alluvione. I territori più esposti sono le coste. Degli 811 eventi meteo estremi avvenuti tra il 2015 e il 2025, mappati da Legambiente nel rapporto Città clima, il 40% ha riguardato comuni sul mare. Eppure il nostro paese investe in prevenzione un decimo rispetto a quanto spende per riparare i danni. Secondo i dati della Protezione civile, nel decennio 2013-2023 i costi per la gestione delle emergenze meteo-climatiche sono arrivati a 13,8 miliardi, contro i 4,2 miliardi stanziati per le 8mila opere per la mitigazione del rischio ultimate tra il 1999 e il 2022. L’Italia investe solo lo 0,05% del proprio Pil annuo per la prevenzione strutturale dal dissesto idrogeologico. In Olanda, che è il paese più virtuoso d’Europa, si arriva al 2% e perciò le spese post-emergenza sono quasi a zero.











