Per arrivare all'Orange House i visitatori stranieri dovevano coordinare il viaggio con l'esercito libanese. Chi otteneva il permesso trovava una casa dipinta di arancione e un cortile pieno di fiori abitato da cani e gatti adottati dalla strada. La casa sulla spiaggia si raggiungeva con una breve passeggiata attraverso i bananeti.Da venti anni di quella fetta di mondo se ne prendeva cura Mona Khalil, attivista ambientale libanese, deceduta lo scorso 19 giugno, a 77 anni, per le ferite riportate in un attacco israeliano nel Sud del Libano. L’esercito ha dichiarato che Khalil non era un target e che non hanno informazioni di raid sull’Orange House, ma che hanno bombardato quella zona dopo aver emesso degli avvisi di evacuazione. L'Orange House Project era una casa-rifugio vicino a Tiro diventata un punto di riferimento per chi si occupava di tutela delle tartarughe marine lungo la costa mediterranea del Paese. Nei decenni Mona Khalil, insieme alla sua compagna Habiba Fayed, ha costruito un modello di eco-turismo basato su ospitalità, monitoraggio ambientale e turismo responsabile. I volontari potevano contribuire alla pulizia della spiaggia e alla raccolta di dati sulle tartarughe verdi e sulle tartarughe marine comuni. Nel 1999, dopo essersi rifugiata per vent’anni nei Paesi Bassi e, una volta finita la guerra civile in Libano, Khalil è tornata ad Al-Mansouri, dove c’era ancora la casa della famiglia, diroccata e malmessa. Lì, ha raccontato di aver assistito, una sera, ad una tartaruga marina che scavava un nido sulla spiaggia, in realtà in uno dei principali siti di nidificazione delle tartarughe marine del Libano.Negli anni decide allora di coinvolgere volontari, ricercatori e viaggiatori interessati alla conservazione, un rifugio per la co-esistenza tra le specie in un territorio vessato dalle occupazioni e dalle invasioni israeliane. L'Orange House, ora in macerie, è stato il simbolo di vite che resistono, si incontrano e lottano contro l’estinzione. È stato un progetto che per decenni si è preso cura della costa e delle specie che la abitano.Negli ultimi anni il termine ecocidio è entrato sempre più spesso nel dibattito pubblico per descrivere la distruzione sistematica degli ecosistemi causata da guerre, attività estrattive o interventi industriali. Al di là delle definizioni giuridiche, il concetto prova a nominare un fenomeno evidente: quando un conflitto colpisce un territorio, non danneggia soltanto infrastrutture e popolazioni civili. Interrompe anche relazioni ecologiche costruite nel tempo, compromette habitat, riduce gli spazi di conservazione. L’ecocidio significa negare la vita, annientando ogni possibilità di co-esistenza tra le specie, nei loro fragili ma perfetti equilibri. Il sogno di Khalil era per le tartarughe, di sopravvivere all’invasione e di prendersi cura della fragilità di ecosistemi meravigliosi, ma anche di creare la possibilità reale di abitare un territorio. È stata una personale e magica traduzione di un sogno comune di giustizia ambientale. Esattamente nel modo in cui la violenza del governo istraeliano opera, anche rivoluzioni così concrete, radicate e vitali, non sembrano trattenersi al lungo nella nostra memoria. Sforzi di cura e accudimento giornalieri, tartarughina per tartarughina, granello per granello, si sgretolano davanti alla goffa spietatezza con cui l’Idf si può permettere di operare. Nel portare il lutto per Mona Khalil servirà allenare la memoria affinché tutto non sembri ridicolmente vano.
Memoria di Khalil, eco attivista uccisa in un raid
Gestiva l’Orange House in Libano, oasi per le tartarughe marine. Colpita dalle bombe dell’Idf







