Il nuovo contagio si chiama ipocrisia. Che fa applaudire a gran voce le manifestazioni di umanità altrui tanto poi passa tutto e possiamo tornare a esercitare l’indifferenza con disinvoltura. Al ritorno di Domenico Iannacone su Rai Tre ci si è sperticati in lodi per quell’irresistibile racconto dolente e curioso che riesce come pochi a trasmettere. Lui, l’ascoltatore, il giornalista che da anni attraversa il Paese alla ricerca di quelle storie da niente che dicono tutto, ha ricominciato i suoi racconti intrisi di entusiasmo senza troppe parole del ciclo di “Che ci faccio qui”. Quattro puntate, che esplorano il corpo strappandoti la pelle, che entrano nel cuore per restarci a lungo. Diverse umanità in viaggio, raccontate nel solo modo plausibile, quello che lascia la retorica davanti all’uscio ed entra in punta di piedi. C’è chi sta per compiere l’ultimo miglio verso il buio, chi ha un destino segnato da un morbo raro, la madre coraggio che guarda suo figlio ora pur sapendo che non sarà per sempre, la donna sfigurata che non si arrende perché lei non è solo la sua faccia che non c’è più, la danzatrice che vola anche senza braccia. E ogni volta che si manifesta questo racconto intimo che buca come un trapano, si scatenano le consuete reazioni di stupore per la qualità inattesa trasmessa. Come se fosse un’esigenza condivisa quella di infilarsi nelle scarpe dell’altro, anziché l’eccezione che da sempre conferma quella regola mai scritta chiamata tv. Quando Iannacone indaga, esplode il rumoroso silenzio, quel modo tutto suo di tradurre l’empatia evitando l’ammiccamento alla telecamera. Parla lo stretto indispensabile, non chiude le domande, le accenna appena per far sì che la risposta arrivi come vuole lei, seguendo la sua strada naturale. Alla fine ti trovi davanti a una scatola emotiva che si squarcia con una potenza invadente, e poi chissà come si farà a tornare alle costruzioni posticce un tanto al chilo. Invece accade ogni volta, come se nulla fosse, quando si chiude il ciclo narrativo della stagione (ormai sempre più a rischio, sempre più ridotto), che quell’anomalo gigante del Molise regala senza chiedere altro in cambio. La memoria è corta, il telespettatore conta poco, i suoi gusti e le sue esigenze ancora meno. E in un attimo si ricomincia col freak show del quotidiano fatto di lacrime pagate con punti di share. Allora, mentre l’ineluttabile ipocrisia da piccolo schermo avanza, non resta che ancorarsi al presente, farsi prendere per mano ed entrare in questa indagine sommessa e potente, ricordando che no, non è solo servizio pubblico, ma una volta tanto, a servizio del pubblico.
Domenico Iannacone, una volta tanto la tv al servizio del pubblico
"Che ci faccio qui" è un viaggio dolente e necessario. Da vedere, apprezzare e poi tornare alla consueta indifferenza








