«Mostri». Difficile immaginare una parola più severa e infangante per definire delle persone: «Mostri». Definizione ancora più inattesa se a pronunciarla è un Papa, e un Papa mite come Leone XIV.«Mostri». E se nei mostri non si riconoscono più i tratti dell’essere umano, che vengono annullati, inglobati in una immensa crudeltà difficile da immaginare, per papa Prevost sono dei veri mostri i trafficanti di esseri umani che sfruttano le rotte migratorie per arricchirsi e perpetrare violenze, capaci di infliggere con indifferenza sofferenze e morte. «Esistono mostri che si aggirano in questi mari: mafie che trafficano nella disperazione, trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini», ha detto Leone durante il recentissimo viaggio nelle isole Canarie, stando in piedi nel porto di Arguineguín in quello che è stato definito «il molo della disperazione», approdo delle rotte migratorie atlantiche.Parole di enorme forza che riecheggeranno il 4 luglio quando Prevost sarà a Lampedusa, l’isola diventata simbolo della migrazione: è la porta dell’Europa e l’approdo della rotta mediterranea, la più pericolosa. Oltre 1200 migranti sono già morti su questa rotta nella prima metà di quest’anno secondo i dati diffusi a giugno dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, l’agenzia dell’Onu che nello stesso periodo dell’anno precedente ne aveva certificate circa 700.La data scelta da Leone, il 4 luglio, ha una forte valenza simbolica. Vuole essere un esplicito riferimento al messaggio lanciato da papa Francesco a Lampedusa l’8 luglio di 13 anni fa, durante il suo primo viaggio apostolico, visita che Bergoglio decise e organizzò improvvisamente perché scosso dalle continue morti di migranti nel Canale di Sicilia: solo tre mesi dopo, il 3 ottobre 2013, l’isola sarebbe stata teatro del più grave naufragio della sua storia, con 368 vittime accertate.Papa Leone vuole dare diretta continuità al viaggio a Lampedusa del suo predecessore, perché quello non fu uno dei tanti viaggi pastorali di Francesco. Lì Bergoglio indicò alcune linee che avrebbero poi caratterizzato tutto il suo pontificato: la centralità degli ultimi, l’attenzione ai migranti e ai rifugiati, la critica alla «cultura dello scarto», la preferenza per le periferie geografiche ed esistenziali, la richiesta di una responsabilità globale verso chi soffre. Nell’isola Francesco denunciò per la prima volta, con una frase che ripeté incessantemente durante il pontificato e più volte ripresa anche da Leone, la «globalizzazione dell’indifferenza», celebrò messa su un altare costruito con una barchetta di legno dei migranti e dello stesso legno erano fatti calice e pastorale, chiese «chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle?» Accusando sia la disattenzione dei governanti europei per i drammi che si consumavano in mare, sia l’assuefazione che rischiavano le persone, compresi i cattolici.Uno sguardo perfettamente condiviso da papa Leone: la migrazione è anche per lui uno dei nodi incandescenti da affrontare per garantire futuro all’uomo e ai popoli, proprio come lo è il controllo dello sviluppo dell’intelligenza artificiale al quale ha dedicato la sua prima enciclica.Come fece Bergoglio a Lampedusa, Prevost ha gettato in mare alle Canarie una corona di fiori per i migranti morti nelle acque. Gesto che probabilmente ripeterà il 4 luglio nell’isola siciliana. La visita di papa Leone inizierà con una tappa al cimitero per un omaggio alle vittime dei naufragi, poi si recherà al Molo Favaloro, dove incontrerà migranti e benedirà una targa dedicata a papa Francesco, infine celebrerà la messa. Il 21 giugno all’Angelus, ricordando la giornata del Rifugiato promossa dalle Nazioni Unite, Prevost si è rivolto «alle coscienze dei responsabili delle nazioni» dicendo che «nessuno può voltarsi dall’altra parte di fronte a chi cerca protezione e sicurezza. Tutti devono accogliere coloro che sono vittime di persecuzione, perché possano vivere in pace, con dignità, e guardare al futuro con speranza». E il giorno precedente, in occasione della visita a Pavia, è andato nella chiesa di Santa Francesca Cabrini, «Patrona dei migranti e prima Santa degli Stati Uniti d’America, nata qui, a Sant’Angelo Lodigiano, nel 1850, e morta a Chicago, la mia città natale, nel 1917». «Se guardiamo al mondo di oggi» ha continuato papa Leone «il fenomeno migratorio è entrato in una fase diversa, sicuramente più complessa, eppure non meno capace di interpellare la Chiesa».A Tenerife, il 12 giugno, Prevost ha usato parole contro i trafficanti di migranti che ricordano quelle celebri urlate da Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi di Agrigento contro i mafiosi, quando gridò, irato: «Convertitevi, un giorno verrà la giustizia di Dio!» «Voi, che trasformate la sofferenza altrui in un affare», ha ammonito adesso papa Leone «fermatevi! Convertitevi! Le lacrime e il sangue di questi fratelli gridano a Dio e le loro sofferenze giungono fino a Lui. Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti alla giustizia divina».Leone, che mostra di volere, come Francesco, giocare un ruolo importante nelle decisioni delle cancellerie internazionali, ripeterà a Lampedusa le parole usate poche settimane fa nell’isola della rotta atlantica, rivolgendosi a «chi ha in mano responsabilità decisive: autorità civili, parlamenti, governi e organizzazioni internazionali. Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita? Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera. La storia», ha proseguito papa Leone, «non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in un paesaggio abituale delle nostre coste».E nel grande scacchiere del Mediterraneo centrale, Lampedusa, l’isola che aspetta Leone, rimane il termometro geopolitico d’Europa. Anche se è vero che la mappa dei flussi è radicalmente cambiata, tanto che il biennio 2024-2025 aveva fatto segnare un netto dimezzamento degli sbarchi, 66mila l’anno, rispetto al record storico di tre anni fa, quando furono 157mila gli arrivi in Italia, la maggior parte a Lampedusa, i dati dei primi tre mesi del 2026 (poco più di 6.000 gli arrivi registrati dal Viminale e confermati dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) mostrano la fotografia di un paradosso: a fronte di un numero complessivo di arrivi stabilizzato e lontano dai picchi del passato, l’indice di mortalità della rotta è drammaticamente aumentato.Il motivo? La drastica riduzione delle partenze dalla Tunisia ha di fatto spostato l’asse del traffico di esseri umani su una ben più lunga e pericolosa rotta, un flusso costante e silenzioso che viene effettuato per oltre l’80% su fragili gommoni in partenza dalla Libia, il che trasforma il braccio di mare che separa l’Africa dall’Italia in un cimitero liquido ancora più tragicamente letale di prima.