L’euforia sull’intelligenza artificiale si misura in data center, bollette elettriche, ordini di Gpu e miliardi di dollari di spesa infrastrutturale. Ma il nodo economico più interessante potrebbe essere un altro: chi incassa i benefici nel frattempo? La domanda è diventata più urgente nelle ultime settimane, mentre il mercato discute se il boom dell’AI stia rallentando oppure stia solo cambiando forma, con prezzi più alti e un uso più selettivo dei modelli più avanzati.Le pagine ufficiali di OpenAI e Anthropic mostrano che l’accesso ai sistemi premium resta costoso, soprattutto per i modelli di fascia alta: OpenAI continua a vendere l’API come piattaforma per uso industriale, mentre Anthropic indica per Claude Opus 4.8 prezzi da 5 dollari per milione di token in input e 25 dollari in output, con sconti legati a caching e batch processing.L’idea di fondo, ripresa e ampliata dal giornalista Ryant Avent, è che l’AI possa somigliare più alla prima industrializzazione che a una rivoluzione istantanea del lavoro. Non perché i modelli siano deboli, ma perché la loro diffusione richiede una quantità enorme di capitale fisico: chip, data center, reti elettriche, trasformatori, impianti di raffreddamento, connessioni, fabbriche. In questa fase, chi controlla capitale, infrastrutture e proprietà intellettuale parte avvantaggiato. I lavoratori possono restare occupati più a lungo del previsto, ma con salari sotto pressione e con una quota minore dei guadagni di produttività.Indice degli argomenti: