La sofferenza deve essere verificata nonostante video di Hamas

Enrico Cerchione

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Durante la 62esima sessione del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU, il 23 giugno di fronte a una donna che le chiede di guardarla negli occhi mentre racconta di essere stata stuprata, picchiata e tenuta in ostaggio, Reem Alsalem tiene lo sguardo basso, le cuffie ben piantate sulle orecchie come in “Rischiatutto” di Mike Bongiorno e un’espressione che sembra scolpita nel marmo. Non è sorpresa, né turbata e nemmeno imbarazzata. È solo professionalmente assente. Hannah Arendt, nel processo a Eichmann, descrisse la «banalità del male» come quella capacità di compiere (o giustificare) orrori enormi attraverso il linguaggio asettico della procedura, del dovere, della verifica tecnica. Eichmann non urlava, non rideva, non provava visibile piacere nel male come molti dei suoi colleghi. Semplicemente eseguiva, e quando gli si mettevano davanti le conseguenze delle sue decisioni rispondeva con moduli, ordini ricevuti.

Oggi, nella sala del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, non c’è un criminale nazista ma una relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne. Eppure c’è una diabolica simmetria. Hamas ha filmato tutto. I terroristi hanno ripreso con i loro cellulari le donne trascinate via per i capelli, gli stupri, le esecuzioni, le urla. Le sopravvissute hanno parlato, i medici legali hanno scritto e denunciato la barbarie. Le testimonianze raccolte da più fonti indipendenti hanno verificato tutto.