Pechino ha inserito 20 entità giapponesi nella propria “lista nera” per il controllo delle esportazioni, vietando loro l’accesso a beni cinesi a duplice uso (civile e militare). Tali entità - tra cui filiali del colosso della difesa e dell’aerospazio Mitsubishi Heavy Industries, nonché il National Institute for Defense Studies, un think tank del ministero della Difesa giapponese - hanno «contribuito a rafforzare le capacità militari del Giappone», ha spiegato il ministero del Commercio cinese in una nota. Tali restrizioni mirano a «salvaguardare la sicurezza e gli interessi nazionali» e ad «adempiere agli obblighi internazionali, in particolare in materia di non proliferazione», ha osservato il ministero.

Le tensioni bilaterali si sono intensificate dopo che, lo scorso novembre, la prima ministra giapponese Sanae Takaichi ha ipotizzato un possibile intervento militare di Tokyo in caso di attacco cinese a Taiwan, isola sulla quale Pechino rivendica la sovranità. «Da tempo, la parte giapponese ha intrapreso sempre più una strada sbagliata, intensificando la spinta verso una “nuova forma di militarismo” e dispiegando armi offensive», ha dichiarato un portavoce del ministero del Commercio in una ulteriore nota, aggiungendo che «la decisione della Cina è pienamente giustificata, ragionevole e legittima» e che «non incide sui normali scambi economici e commerciali tra Cina e Giappone».