HomeCronacaSceneStrage di Camaiore, nel ricaricare l’arma c’è l’impronta del maleLa volontà dell’assassino di annullare moglie e figlio e quel gesto ripetuto più volte con il fucile.Mirko Moriconi, il ragazzo ucciso a CamaioreRicevi le notizie di Quotidiano Nazionale su GoogleSeguiciA Camaiore è andato in scena uno dei drammi familiari più devastanti degli ultimi anni. Un uomo imbraccia un fucile, uccide la moglie Katy Andreoni e il figlio Mirko. Quando l’arma si scarica, la storia potrebbe ancora cambiare. Invece no. Rientra in casa, recupera altre cartucce, ricarica il fucile e torna all’esterno per riprendere a sparare. È in quell’intervallo, più ancora che negli spari, che la mente dell’autore lascia la sua impronta più profonda. E la conferma, almeno sul piano della rappresentazione mentale del gesto, sembra arrivare anche dalle parole pronunciate subito dopo: "Ho fatto quello che andava fatto. Mi sono liberato". Una frase che non descrive soltanto ciò che è accaduto, ma suggerisce il modo in cui quell’azione è stata vissuta da chi l’ha compiuta.

Denuncia, soprattutto, quale fosse il problema che, nella sua mente, riteneva di dover risolvere. È proprio in quella breve sequenza, destinata probabilmente a occupare poche righe negli atti d’indagine, che da un punto di vista comportamentale si concentra uno degli aspetti più inquietanti dell’intera vicenda. La mente lascia tracce soprattutto nelle pause. Ed è proprio nelle pause che si apre una possibilità che l’impulso si esaurisca, che la rabbia perda forza, che la coscienza riemerga interrompa l’azione. Quando, invece, quell’intervallo viene riempito da una sequenza ordinata di comportamenti la pausa smette di rappresentare un possibile freno e diventa parte integrante della dinamica. "Scene. Anatomia di un crimine", il vodcast di Anna Vagli dedicato ai casi di cronaca nera più eclatanti