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Diciotto giugno. Undici giorni fa. Giuseppe Conte va a cena a casa di Domenico Arcuri. «Si è parlato di tutto e niente», rivela l’ex commissario per il Covid a La Verità. Che c’è di male? D’altronde, aggiunge, «siamo persone che hanno condiviso una stagione brutta, e noi solo sappiamo quanto brutta, e che si sentono ingiustamente perseguitate». Probabilmente Arcuri si riferisce al lavoro svolto in questi anni dalla Commissione d’inchiesta parlamentare sul Covid che con una serie di puntigliose audizioni sta scoperchiando ombre ed episodi «inquietanti» (come li ha definiti Fratelli d’Italia) sulla gestione dell’emergenza coronavirus. Di cose di cui lui e Conte dovrebbero parlare ce ne sono molte. Ad esempio, il maxi appalto da 1,25 miliardi di euro con cui furono comprate mascherine cinesi non a norma e senza controlli dell’Anac. Ma anche gli avvocati ed ex colleghi di Conte che avrebbero avvicinato alcuni imprenditori proponendosi come "facilitatori" per far vincere gli appalti di forniture per il Covid.

Anche il leader dei 5 Stelle si sente perseguitato. Lo ha spiegato due giorni fa a la Repubblica: «È in corso un gioco sporco che non posso più permettere». L’incontro di undici giorni non può passare sottotraccia. Anche se Arcuri lo liquida sbrigativamente: «Ci capita di vederci, ma non abbiamo appuntamenti fissi, né ricorrenti». Eppure, quella cena, assume un significato particolare se ricordiamo quanto accaduto il giorno prima, il 17 giugno. Quel giorno la Commissione d’inchiesta presieduta da Marco Lisei (FdI) ha deciso di audire proprio Arcuri. Il Movimento 5 Stelle ha provato a "tutelarlo", chiedendo la formula della «libera audizione». Richiesta respinta da Lisei, il quale ha stabilito che venga ascoltato come tutti gli altri, ovvero «a testimonianza», cioè come i testi dei processi penali che hanno l’obbligo di dire la verità.