«Da 30 anni si parla di rigenerazione urbana in Italia, ma non è mai stata approvata una legge degna di questo nome che, con norme e risorse, sostenga un piano industriale in cui questo tema venga fissato come priorità, così com’è stato fatto in altre parti del mondo dove la rigenerazione delle città ne ha guidato la rinascita economica e sociale». A sostenerlo è il presidente dell’Ance Campania, Angelo Lancellotti, intervistato sulla web tv de Il Mattino dal caporedattore e coordinatore delle Cronache, Gerardo Ausiello, che si è svolta in occasione della presentazione degli “Scenari regionali dell’edilizia - Campania”, che si terrà oggi, alle 16.30, nella sede dell’Associazione dei costruttori napoletani (Palazzo Ruffo della Scaletta - Riviera di Chiaia, 202).
Presidente, quali sono le principali tendenze che emergono dall’analisi elaborata dal Centro Studi nazionale dell’Ance? «Il 2025 è stato un anno in cui il nostro settore ha confermato il suo peso all’interno del Pil campano: siamo al 13,4% e rappresentiamo l’8,4% degli occupati complessivi. Molti temevano un calo degli investimenti nel comparto, che invece nel 2026 si consolida. Questo soprattutto grazie alla messa a terra del Pnrr: solo nel 2025, infatti, c’è stato un +40% dell’importo degli investimenti in infrastrutture ed opere pubbliche. Questo significa che oggi il mercato è a forte trazione pubblica. E il 2027, dal punto di vista della produzione e dell’occupazione, potrebbe essere in linea con il 2026. Ovviamente non mancano problemi, ed in particolare le nubi che si addensano a causa delle crisi internazionali, che speriamo vengano risolte quanto prima». Se le opere pubbliche trainano il comparto, la manutenzione straordinaria abitativa ha fatto registrare, invece, una flessione nel 2025: come ve lo spiegate? «Il mercato delle abitazioni private è calato di quasi il 10%, pagando per primo l’incremento del prezzo delle materie prime e della manodopera, dovuto agli effetti delle crisi internazionali e alla ripresa dell’inflazione, ma anche alla spesa indotta dagli incentivi fiscali. Per invertire la tendenza, bisogna riallineare i salari all’inflazione. E dobbiamo anche cercare di spendere meglio i fondi strutturali europei, i fondi di coesione. Per mantenere in piedi il settore delle costruzioni in Campania, su questo aspetto serve un cambio di passo da parte delle pubbliche amministrazioni». Cosa chiedete alle istituzioni: quali sono le priorità da affrontare? «Noi auspichiamo che l’Italia si possa dotare di un piano industriale nel nostro settore. La mancanza di spesa pubblica nel comparto tra gli anni 2008 e 2020 ha fatto sì che le imprese si depauperassero di capitale umano in termini sia di tecnici che di manodopera, e sono sempre meno gli operai disposti a lavorare nell’edilizia. Addirittura le facoltà di ingegneria civile hanno registrato un calo di iscrizioni dal quale non riescono più a riprendersi». Quali soluzioni proponete? «Il Paese deve dimostrare che crede nel settore dell’edilizia dichiarando che cosa intende fare e come intende intervenire nei prossimi 10 anni, non solo per il fronte pubblico ma anche per quello privato, magari lanciando un piano casa consistente, ma anche redigendo finalmente una legge sulla rigenerazione urbana degna di tale nome. Di questo tema si parla da 30 anni, ma non si riesce a vedere la luce in fondo al tunnel. Nel resto del mondo i processi di rigenerazione urbana guidano la rinascita delle città e le economie dei territori. Quindi il governo nazionale innanzitutto deve dare un segnale: non esiste solamente l’informatica, non esiste solo l’intelligenza artificiale, esiste anche l’edilizia, che è un comparto determinante per l’economia di qualsiasi Paese». Si parla spesso dell’importanza della collaborazione tra pubblico e privato: a che punto siamo nel settore edilizio? «Registriamo purtroppo una carenza di successo di tanti partenariati pubblico-privati perché spesso prevale la diffidenza, al contrario di quello che sancisce oggi il nostro codice dei contratti, che si basa sul principio del risultato e sul principio della fiducia. Il partenariato potrebbe essere lo strumento principe dello sviluppo del territorio, con una minima parte di capitale pubblico che fa da leva ad investimenti privati. Eppure questo strumento non decolla, proprio perché, quando si cala sui territori, il principio della fiducia tra le amministrazioni e le l’imprenditoria privata, purtroppo, viene meno».







