Per oltre tre anni ci siamo abituati a dialogare con ChatGPT, Claude, Gemini e con i sistemi di Intelligenza Artificiale Generativa. Abbiamo chiesto loro di scrivere testi, tradurre documenti, produrre immagini, sintetizzare informazioni. Milioni di persone hanno così scoperto macchine capaci di generare contenuti e interagire con il linguaggio umano. Ma ciò a cui stiamo assistendo oggi rappresenta un ulteriore passo avanti. Ed è probabilmente uno dei più importanti. Sta emergendo infatti una nuova generazione di sistemi, spesso indicata con l’espressione AI Agentica, che non si limita a rispondere alle nostre domande, ma è in grado di ricevere un obiettivo e organizzare autonomamente una serie di azioni necessarie per raggiungerlo.
La differenza potrebbe apparire sottile. In realtà è enorme. Finora siamo stati abituati a sistemi che aspettavano continuamente istruzioni. I nuovi agenti intelligenti, invece, possono pianificare, prendere iniziative, correggere i propri errori, interagire con altri software e adattarsi alle circostanze. In altre parole, non si limitano più a suggerire. Cominciano ad agire.Un esempio molto semplice può aiutare a comprendere la portata di questa trasformazione. Immaginiamo di voler organizzare una vacanza. Oggi possiamo chiedere a un chatbot qualsiasi di suggerirci una meta o confrontare alcuni alberghi. Un sistema agentico potrebbe invece cercare voli e strutture ricettive, valutare i costi, verificare le previsioni meteorologiche, effettuare le prenotazioni, modificare automaticamente l’itinerario in caso di scioperi o cancellazioni e avvisarci in tempo reale di eventuali cambiamenti.La differenza è evidente. Non si tratta più soltanto di ricevere informazioni. Si tratta di delegare una parte dell’azione. Un secondo esempio, ancora più vicino alla vita quotidiana, forse aiuta a capire meglio. Pensiamo alla gestione della casa e degli impegni familiari. Un assistente agentico potrebbe coordinare gli appuntamenti, prenotare una visita medica, ricordare le scadenze, pagare alcune utenze, ordinare farmaci o prodotti mancanti e dialogare con altri sistemi digitali. Anche in questo caso la macchina non si limiterebbe a fornire suggerimenti. Opererebbe. È proprio qui che si trova la vera novità, perché per secoli abbiamo delegato alle macchine soprattutto forza fisica e capacità di calcolo, mentre con l’AI Agentica iniziamo a delegare qualcosa di diverso, cioè porzioni crescenti di iniziativa, coordinamento e decisione.La questione, allora, non è soltanto tecnologica. È anzitutto antropologica. Perché ogni delega modifica inevitabilmente anche chi delega. E questo vale non soltanto per i singoli individui, ma anche per le istituzioni. Difatti, sanità, trasporti, sicurezza, pubblica amministrazione, gestione delle emergenze, welfare, servizi finanziari e istruzione stanno progressivamente incorporando sistemi intelligenti capaci di assumere iniziative e di coordinare processi complessi. Ciò significa che una parte crescente delle funzioni collettive verrà prodotta attraverso l’interazione continua tra esseri umani e agenti artificiali. È all’interno di questo scenario che si profila ciò che potrebbe essere definito uno Stato Agentico e cioè non uno Stato governato dalle macchine, come spesso suggeriscono le rappresentazioni più fantascientifiche, ma uno Stato sempre più ibrido, nel quale processi decisionali, servizi pubblici e attività amministrative vengono co-prodotti da esseri umani e sistemi di AI dotati di crescente autonomia operativa.Indiscutibilmente si tratta di una trasformazione che presenta possibilità straordinarie, quali una gestione più efficiente delle emergenze, servizi pubblici più rapidi e personalizzati, diagnosi mediche più tempestive, ottimizzazione delle risorse energetiche, riduzione dei tempi burocratici, migliore organizzazione della mobilità e maggiore capacità di affrontare problemi complessi. Ma, come accade per ogni grande transizione, accanto alle opportunità emergono anche nuovi rischi. Il primo riguarda la progressiva perdita di comprensione. Potremmo abituarci a delegare senza comprendere più i processi che vengono svolti al nostro posto. Il secondo riguarda la concentrazione del potere. Chi controllerà gli agenti digitali e le infrastrutture sulle quali essi operano controllerà una parte crescente della vita economica, sociale e politica di una comunità. Il terzo riguarda la responsabilità. Quando una decisione sarà il risultato dell’interazione tra esseri umani e sistemi autonomi, attribuire errori, meriti e responsabilità diventerà sempre più difficile. Esiste infine una questione ancora più profonda. La forma più sottile della dipendenza non risiede necessariamente nell’essere comandati da qualcun altro e qualcos’altro, risiede, piuttosto e preliminarmente, nel cessare progressivamente di esercitare alcune delle nostre capacità, affidandole stabilmente a qualcun altro e a qualcos’altro.Per questa ragione la sfida non consiste nel rifiutare la tecnologia. Sarebbe una risposta tanto semplice quanto illusoria. La vera sfida consiste nel governarla. Perché l’AI Agentica rappresenta già ora la nuova frontiera della trasformazione digitale. Se l’Intelligenza Artificiale Generativa ha inaugurato l’epoca delle macchine capaci di produrre contenuti, con l’AI Agentica si sta per inaugurare l’epoca delle macchine che partecipano all’azione. E forse è proprio qui che si apre una delle domande più importanti del nostro tempo tant’è che non dovremmo più soltanto chiederci che cosa le macchine siano in grado di fare, ma dovremmo iniziare a domandarci che cosa diventeremo noi, quando una parte crescente del nostro agire sarà condivisa con esse. Nel Digiticene, l’epoca in cui il digitale diviene ambiente e non più semplice strumento, questa domanda è destinata ad accompagnarci sempre più spesso e informe sempre più incalzanti. Perché all’interno degli SmartEcoSystem, ecosistemi nei quali persone, dati, algoritmi e istituzioni interagiscono continuamente, il problema non riguarda soltanto l’intelligenza delle macchine, ma il modo in cui uomini e sistemi artificiali impareranno a convivere, collaborare e co-determinarsi reciprocamente. Ed è forse proprio questa, più ancora della tecnologia in sé, la vera frontiera che abbiamo davanti. *Professore Filosofia Morale Università Federico II Napoli






