Berlino ha costruito la propria identità gastronomica in modo tardivo e irregolare: per molto tempo la cucina è rimasta sullo sfondo, senza assumere un ruolo centrale come in altre capitali europee e, ancora oggi, l’immagine più immediata della città resta legata a pochi piatti semplici e riconoscibili.

Il currywurst, con la sua salsa a base di ketchup e curry nata nel secondo dopoguerra, continua a essere uno dei riferimenti più evidenti e lo confermano i flussi costanti davanti a locali storici come Curry 36. Il kebab, introdotto dalla comunità turca negli anni Settanta, ha seguito un percorso simile, trasformandosi in elemento stabile dell’identità cittadina: da Mustafa’s Gemüse Kebap la combinazione di carne allo spiedo, verdure grigliate e salse restituisce una versione ormai tipicamente berlinese. Infine, una tradizione gastronomica legata alle caratteristiche del territorio del Brandeburgo, basata su patate, cavoli, carne di maiale e pesce d’acqua dolce, ha definito una cucina poco orientata alla varietà. Ma è proprio questa mancanza di una struttura forte ad aver lasciato spazio, negli ultimi anni, a uno sviluppo aperto e stratificato.

Le comunità vietnamite, presenti sin dai tempi della Ddr, hanno contribuito a definire un’offerta alternativa. Al Dong Xuan Center, grande complesso commerciale nel quartiere di Lichtenberg, si troveranno zuppe, noodles, erbe fresche e piatti con un carattere lontano da qualsiasi adattamento turistico, mentre a Kantstraße si concentrano i ristoranti più raffinati di cucina asiatica: l’anatra laccata di Good Friend rappresenta una delle preparazioni più richieste e Madame Ngo propone una cucina leggera, dove pho, dim sum e piccoli piatti sono pensati come un menu di brasserie contemporanea. Nascosto e mascherato dietro una porta anonima, si trova invece 893 Ryōtei, uno dei ristoranti giapponesi più interessanti della città.