Sale, sale e non fa male. Mancano tre giorni, settantadue ore e l’adrenalina cresce. Comincia il conto alla rovescia per Matera. Il 2 luglio è alle porte e il carro della Madonna della Bruna, costruito per la seconda volta dalle sapienti mani artigiane di Francesca Cascione, lascerà la sua fabbrica per andare incontro alla sua distruzione. A guardarlo viene in mente quanto sia fragile e opulento, immagine stessa dell’effimero umano: giorni e notti di lavoro, intrecci di cartapesta e luci, per consegnarsi in un lampo alla frantumazione. In questi giorni, tra svelamenti, riflessioni e opinioni sparse in rete, la domanda più calzante è quella sul significato di un rito antico e consapevole, in cui una comunità intera accetta di distruggere ciò che ha lungamente atteso. Costellazione di tradizioni e racconti, atto apotropaico, leggende persistenti, pur non verificabili nella loro storica puntualità, rivelano con chiarezza che la distruzione del magnifico manufatto in cartapesta su cui la Madonna va in pellegrinaggio non è perdita, ma custodia, trasfigurazione. Così si apprende che la distruzione avviene per evitare la profanazione, per impedire che il sacro venga violato o banalizzato. Il carro, svuotato della sua funzione una volta che l’effigie della Vergine è messa in salvo in Cattedrale, diventa sacrificabile. In fondo, ciò che è mezzo non può pretendere di farsi fine. L’appropriazione comunitaria del rito risiede dunque nella contesa, nella custodia dei suoi frammenti sparsi nella folla come segni di benedizione e protezione. È una distruzione che si moltiplica e rovescia in una disseminazione di reliquie domestiche e si trasforma in presenza diffusa. Qualcuno l’ha chiamata la democratizzazione del sacro, in cui la bellezza si sparge nella trama intima della città. Vi è poi una dimensione ciclica, quasi cosmica. Il carro nasce per morire, come un rito arcaico di trapasso e resurrezione. La sua distruzione è infatti condizione della sua rinascita. In questa vertigine si gioca una partita che deve essere anche profondamente civile. Il Vangelo che quest’anno fa da trama e orizzonte a quel gesto inaudito del Maestro che si china a lavare i piedi non lascia spazio a fraintendimenti: la grandezza autentica si esprime nell’umiltà, la devozione nella cura, la partecipazione nel rispetto reciproco. Non vi è nulla, in quel gesto evangelico, che consenta la sopraffazione, l’urto cieco, la perdita di controllo che talvolta ha offuscato il senso più profondo della festa. Mancano poche ore ormai. Il carro, fragile e magnifico, attende il suo destino. E Matera, con esso, è chiamata ancora una volta a scegliere come attraversare quel momento: se come una moltitudine che si contende, o come una comunità che si riconosce. Nel chinarsi ideale di quel Vangelo, forse, è già scritta la risposta.
Matera e la grande attesa per la festa della Bruna
E per la distruzione del carro trionfale








