Le fiamme e le nuvole di fumo degli incendi provocati dai droni ucraini a San Pietroburgo hanno riportato l’attenzione sulla guerra. Le loro immagini hanno rafforzato la volontà degli europei di continuare a sostenere la resistenza ucraina. Il fattore decisivo per ristabilire un equilibrio strategico che genererebbe il successo di Kiev è la crescita dell’industria bellica. L’analisi del generale Carlo Jean
La guerra in Iran aveva fatto scomparire dall’attenzione dell’opinione pubblica occidentale quella in Ucraina. Le fiamme e le nuvole di fumo degli incendi provocati dai droni ucraini a San Pietroburgo l’hanno riportata. Beninteso, le loro immagini per quanto spettacolari, non mutano il corso del conflitto. Hanno però indotto molti europei a scambiare le loro speranze di pace per realtà e a pensare che Putin fosse indotto ai compromessi indispensabili per un “cessate il fuoco” e, addirittura per una pace accettabili agli ucraini.
L’unico vero loro effetto è stato quello di rafforzare la volontà degli europei di continuare a sostenere la resistenza ucraina. Si sono smorzati i timori di Kiev di un abbandono dell’Ucraina anche da parte loro, in aggiunta al “tradimento” di Trump. Lo spettro dell’opzione Monaco, sostenuta dai fautori della “pace contro territori”, particolarmente attivi anche in Italia tra i più o meno solerti “cantori” della potenza e delle vittorie del Cremlino e della resa senza condizioni di Kiev, si è notevolmente attenuata, se non, almeno per ora, scomparsa. Hanno giocato, in tal senso, anche il riarmo europeo, specie quello tedesco temuto dal Cremlino, la costituzione del “gruppo dei volenterosi” e lo sviluppo dell’industria bellica ucraina, che già fornisce il 40% delle armi necessarie a Kiev.






