La terra trema ancora nelle zone già distrutte dal terremoto che ha raso al suolo il Nord del Venezuela. Nuove scosse nella notte hanno reso ancora più difficili gli sforzi delle squadre di soccorso impegnate in una lotta contro il tempo, pur di recuperare corpi ancora in vita e intrappolati sotto le macerie. Un ragazzo di 11 anni è stato estratto vivo dalle macerie a Caraballeda, nel nord del Venezuela, tre giorni dopo il terremoto. Ma il bilancio provvisorio delle vittime continua a salire: per ora si contano 1.430 morti, 3.238 feriti e circa 50mila dispersi. L’Onu stima che il terremoto abbia provocato anche un enorme danno economico, pari al 6% del Pil nazionale del Venezuela.

Ma la speranza non è morta e si scava a ritmo febbrile, tutti consapevoli che sono momenti cruciali: le 72 ore fatidiche, dopo le quali ogni operazione di recupero sarà tristemente vana, stanno scadendo. E c’è il rischio che l’arrivo degli oltre 1.600 soccorritori specializzati su 17 voli internazionali, provenienti da mezzo mondo (anche dall’Italia), non riesca a cambiare il corso dell’ecatombe. La rabbia che serpeggia da tempo tra i parenti delle persone ancora scomparse, esasperati dai ritardi degli aiuti, è esplosa a Chacao, uno dei centri più devastati dal sisma. Qui un centinaio di persone ha accolto con fischi e insulti la presidente Delcy Rodriguez, nella sua prima apparizione pubblica nei luoghi del disastro. Poco prima aveva ricevuto una telefonata dalla premier Giorgia Meloni: “Mi ha detto, ’presidente, sono molto colpita dalle immagini della tragedia. Provo profondo dolore anche perché c’è una comunità italiana importante in Venezuela, un Paese che in passato aprì le sue braccia a tanti italiani. E ora l’Italia è commossa di fronte a questa situazione’”, ha raccontato durante uno dei tanti briefing quotidiani.