di
Ilaria Sacchettoni
Il fragile riscatto di Kamal. Jahan e il trauma delle avance
La famiglia come conquista e riscatto. I figli come risorsa e speranza. Era qui, in questo ex villino abusivo alla periferia di Casalotti, che Kamal Uddin aveva costruito la propria rivincita. Nel reticolato di vie senza marciapiedi, con i secchioni della spazzatura allineati davanti alla porta, nella povertà di collegamenti, qui gli Uddin si erano costruiti una vita all’apparenza migliore. Qualche anno fa, il ricongiungimento con la moglie Jahan Momotay, dopo anni di solitudine a Roma.
Nella comunità bengalese di questo quadrante, visto sotto una prospettiva diversa, Kamal ce l’aveva fatta. Lui che svolgeva piccole mansioni in cambio di spicci al supermercato nei pressi di casa, era popolare tra i propri connazionali. Dice l’amico Vasch, titolare del bar di via di Casale Selce, dove Kamal aveva sempre un caffè pronto o il bagno a disposizione, nelle sue lunghe giornate spese tra i corridoi del discount Dem e il parcheggio di fronte: «Per lui la famiglia era importantissima. Avrebbe fatto qualunque cosa per i suoi figli di cui era molto orgoglioso». Due, uno dei quali, vent’anni, Amir Hossain Ayan, è già dipendente di un supermercato. Il traguardo mancato del padre era il trampolino di lancio del figlio.











