«Ha ucciso tutta la mia famiglia. Sono arrivato a casa e l'ho visto. Aveva ammazzato tutti», dice disperato Amir ai soccorritori che cercano di tamponargli le ferite mentre è ancora a terra. Insanguinato, davanti alla palazzina di via Montiglio. Quella palazzina al civico 35 dove poco prima l’«amico» e connazionale Shahadat avrebbe sterminato la sua famiglia, cercando poi di uccidere anche lui. «Mi stava aspettando per ammazzarmi. Avevamo litigato la scorsa settimana», ripete dolorante Amir, ventenne originario del Bangladesh e unico sopravvissuto alla strage di Casalotti (un quartiere nel quadrante nord ovest di Roma). È sconvolto. Non ha più le forze per colpa delle ferite al cranio e alle gambe. Ma nonostante tutto, riesce a raccontare quello che è accaduto nella casa dove viveva con i genitori Kamal e Jahan e la sorellina di 8 anni Arowa. Uccisi senza pietà a colpi di mannaia.

«La mia famiglia aveva discusso con lui», ripete alludendo a qualcosa di personale. Facendo capire che ci sarebbe qualcosa di passionale dietro la strage. Qualcosa come un possibile intreccio, forse una relazione, di cui tutta la comunità bengalese parla, tra la madre di Amir e Shahadat. Voci, però, che sono tutte da dimostrare. Anche se è questa la pista che stanno seguendo gli investigatori. «Mio padre voleva allontanare Shahadat dalla comunità», prosegue il sopravvissuto. «È stato Shahadat». Amir ripete il nome del presunto killer, ora ricercato dalla polizia, raccontando come sarebbe avvenuta l’aggressione.La dinamica «Mi stava aspettando a casa, mi stava aspettando», sostiene il ventenne. «Sono rientrato a casa dopo aver finito di lavorare. Lui era lì. I primi secondi non mi sono accorto di niente», spiega il giovane ferito. Il presunto killer infatti avrebbe pulito per ore l'appartamento, dopo aver occultato i tre cadaveri. Avrebbe nascosto Kamal tra il muro e il divano. Jahan e la figlioletta, invece, sotto al letto. Per questo quando Amir è entrato in casa non ha notato nulla.Ma appena è passato davanti alla camera dei genitori, ha visto il piedino della sorella spuntare fuori dal letto e ha capito. Ha capito cosa secondo lui aveva combinato poco prima quello che riteneva «un amico di famiglia». Da lì è partita la colluttazione tra Amir e Shahadat. Prima le spinte, poi i colpi di mannaia, che feriscono Amir in varie parti del corpo. Shahadat li sferra con violenza. Vari e diffusi i traumi riportati dal ferito, ora ricoverato in prognosi riservata al Policlinico Gemelli. «Mi ha sbattuto contro il muro», ricorda il giovane.Un violento colpo contro la parete, che gli ha causato un importante trauma al cranio. Nonostante ciò, il ventenne non sarebbe in pericolo di vita. È riuscito a salvarsi da quella colluttazione violenta proseguita per le scale della palazzina di due piani dove ieri erano ancora ben visibili le tracce di sangue lasciate dall’unico superstite della mattanza e dal suo aggressore.Sulle scale della palazzina e sui muri si vedono chiaramente le impronte del fuggitivo e del sopravvissuto, che arrivato in strada si è accasciato a terra. «Mi ha ucciso tutta la famiglia. Sono morti dal pomeriggio», dice ancora. Ripeteva il nome di sua madre, quella donna conosciuta e ben voluta da tutti nel quartiere. Lo era lei, così come lo erano suo marito e la figlioletta.La famiglia «Persone serie, che si erano ben integrate. Non avevano problemi con nessuno», assicurano i tanti che li conoscevano. Storditi per quanto accaduto venerdì in quell’appartamento nella periferia di Roma. «Kamal viveva qui da circa 15 anni», spiega Valentina, che abita lungo la stessa via. «Jahan e la piccola - prosegue la vicina - erano qui invece da circa 3 anni. Kamal le aveva fatte trasferire qui ed era molto felice di questa cosa».Anche la madre e la piccola si erano integrate bene nel quartiere, assicurano tutti. Jahan, casalinga di 38 anni, era spesso a passeggio per il quartiere insieme alla figlioletta che andava a scuola «all’Istituto Comprensivo di via Ormea», ricorda Guido, il barista di un locale di zona dove la piccola andava sempre a comprare il gelato. Kamal, che di anni ne aveva 39, aiutava i clienti di un supermercato di via Casal Selce. «Non era assunto lì, ma stava nel parcheggio e portava le buste a chi ne aveva bisogno», raccontano le tante clienti del market.Amir, invece, «lavorava per un’altra catena di supermercati», spiegano gli appartenenti alla comunità bengalese. La stessa in cui «avrebbe lavorato per un certo periodo anche il killer». Quel killer che «era uno di famiglia, lo vedevamo spessissimo in casa loro», spiega Marku, uno dei vicini. Incredulo di come un “amico possa aver fatto una simile strage”.