Quanta vita devi dare al tennis per diventare il numero uno del mondo? Tutta la vita possibile. E anche qualcosa di più. Poi arriva il momento che la vita richiede il suo spazio. Perché il tempo scorre anche per ragazzi giovanissimi, come Jannik Sinner o Carlos Alcaraz, che non potrebbero essere più diversi, ma hanno in comune una cosa: reclamano spazio personale. «È importante avere una vita fuori dal campo» dice Jannik alla vigilia del suo esordio a Wimbledon, dove scende in campo per difendere il titolo dell’anno scorso. Quanta vita messa da parte? Ci sono due video, che girano in rete. In uno un Carlito bambino, magrissimo e ancora senza un muscolo, risponde: Il mio sogno è diventare numero del mondo. C’è arrivato. E in un altro video, un piccolo Jannik, rosso e magrissimo, già spilungone dice la stessa cosa: il mio sogno è diventare il numero uno. Operazione riuscita per entrambi. Ma quanti sacrifici dietro? Quanta vita sottratta ad altro? Quando li vediamo, nel loro splendore, scendere in campo, salutare i fan, firmare gli autografi, scherzare con il team, tutto sembra scintillante e facile. Eppure lo sappiamo cosa c’è dietro. Allenamenti, palline, palestra e palline, pesi e palline, stretching e palline. Dieta, controlli, concentrazione. Una vita dedicata a un obiettivo. Raggiunto, mentre tanti altri atleti con la stessa determinazione e gli stessi sacrifici non ci arrivano. Sono dei fortunati, dei predestinati, dei giovani di talento che ce l’hanno fatta. Raggiunto un certo livello non è più solo tennis. Questi ragazzi diventano altro. Macchine da soldi. La pressione non è più soltanto vincere la partita, ma la fatica è tanta anche prima di arrivare sul campo, come dice Nadal nella serie Netflix “Rafa”. Sponsor, interviste, manager, viaggi, alberghi – di lusso – ma sempre stanze anonime dove ritrovarsi ogni sera con i propri sogni e i propri fantasmi. «Faccio tutto il possibile per essere la miglior versione di me stesso come tennista: la competizione è solo contro di me. Ho sempre fatto tanti sacrifici per diventare il più forte possibile, ma so che tante cose vanno messe da parte» dice Jannik. La competizione contro se stessi. C’è in tutti gli sport, sempre migliorarsi. Ma il tennis è uno sport individuale. Sì, la squadra non lo abbandona e infatti Sinner parla sempre al plurale. Ma in campo ci sta da solo, le scelte le fa in un nanosecondo, quando sta male è lui che soffre, i crampi sono tuoi, non di altri. E quindi sì, c’è vita oltre al tennis, ma quando hai vent’anni quante cose hai messo da parte per essere lì? Sono domande che questi ragazzi si fanno. Forse più dei campioni del passato, per i quali la pressione era minore. A sentire Panatta o Bertolucci si divertivano molto di più. Uscivano la sera, bevevano, avevano donne. Oggi è tutto diverso. Hanno vent’anni e sono piccoli amministratori delegati di ditte individuali, con tutti i rischi annessi e connessi. Basta un infortunio e il gioco si rompe. A quanta vita hai rinunciato? Riservato com’è, è difficile capire cosa significhi per Sinner. Forse semplicemente stare alla Playstation con gli amici d’infanzia, passare del tempo con la famiglia, camminare nei suoi boschi della Val Pusteria. Vai a sapere. Un giorno, quando tutti i riflettori saranno spenti, quando non ci saranno più gli addetti stampa a suggerire come schivare le domande dei giornalisti, anche Jannik farà sapere al mondo chi è veramente. Ora poco trapela. È una scelta, e va bene così. Però ogni tanto gli sfuggono queste frasi. E non è facile, se sei la persona più riconoscibile del mondo, riprendersi una vita. Carlos Alcaraz è più esplicito: lui vuole andare a ballare. Vuole distrarsi a Ibiza. Vuole vedere la Formula 1 anche se l’allenatore dice no, ti distrai, non è il momento giusto. Carlos ha deciso di far fuori l’allenatore e tenersi Ibiza. Vuole fare a modo suo, come racconta nella serie Netflix in cui ha aperto la cameretta e ha fatto vedere i trofei sullo scaffale accanto al letto, insieme alla collezione di scarpe. E altri trofei in salotto, nella casa dove vive ancora con i genitori. Non sappiamo come sia la cameretta di Jannik. Se al muro aveva il poster di Nadal o di Federer. Sappiamo che ha raggiunto il sogno, e forse anche lui deve ancora capire quanto gli è costato e quanto è ancora disposto a dare.
Sinner, la vita oltre il tennis e quei binari da cui uscire
Quanta vita devi dare al tennis per diventare il numero uno del mondo? Tutta la vita possibile. E anche qualcosa di più. Poi arriva il momento che la vita richiede il suo spazio. Perché il tempo scorre anche per ragazzi giovanissimi, come Jannik Sinner o Carlos Alcaraz, che non potrebbero essere più diversi, ma hanno in comune una cosa: reclamano spazio personale. «È importante avere una vita fuori dal campo» dice Jannik alla vigilia del suo esordio a Wimbledon, dove scende in campo per difendere il titolo dell’anno scorso. Quanta vita messa da parte? Ci sono due video, che girano in rete. In uno un Carlito bambino, magrissimo e ancora senza un muscolo, risponde: Il mio sogno è diventare numero del mondo. C’è arrivato. E in un altro video, un piccolo Jannik, rosso e magrissimo, già spilungone dice la stessa cosa: il mio sogno è diventare il numero uno. Operazione riuscita per entrambi. Ma quanti sacrifici dietro? Quanta vita sottratta ad altro? Quando li vediamo, nel loro splendore, scendere in campo, salutare i fan, firmare gli autografi, scherzare con il team, tutto sembra scintillante e facile. Eppure lo sappiamo cosa c’è dietro. Allenamenti, palline, palestra e palline, pesi e palline, stretching e palline. Dieta, controlli, concentrazione. Una vita dedicata a un obiettivo. Raggiunto, mentre tanti altri atleti con la stessa determinazione e gli stessi sacrifici non ci arrivano. Sono dei fortunati, dei predestinati, dei giovani di talento che ce l’hanno fatta. Raggiunto un certo livello non è più solo tennis. Questi ragazzi diventano altro. Macchine da soldi. La pressione non è più soltanto vincere la partita, ma la fatica è tanta anche prima di arrivare sul campo, come dice Nadal nella serie Netflix “Rafa”. Sponsor, interviste, manager, viaggi, alberghi – di lusso – ma sempre stanze anonime dove ritrovarsi ogni sera con i propri sogni e i propri fantasmi. «Faccio tutto il possibile per essere la miglior versione di me stesso come tennista: la competizione è solo contro di me. Ho sempre fatto tanti sacrifici per diventare il più forte possibile, ma so che tante cose vanno messe da parte» dice Jannik. La competizione contro se stessi. C’è in tutti gli sport, sempre migliorarsi. Ma il tennis è uno sport individuale. Sì, la squadra non lo abbandona e infatti Sinner parla sempre al plurale. Ma in campo ci sta da solo, le scelte le fa in un nanosecondo, quando sta male è lui che soffre, i crampi sono tuoi, non di altri. E quindi sì, c’è vita oltre al tennis, ma quando hai vent’anni quante cose hai messo da parte per essere lì? Sono domande che questi ragazzi si fanno. Forse più dei campioni del passato, per i quali la pressione era minore. A sentire Panatta o Bertolucci si divertivano molto di più. Uscivano la sera, bevevano, avevano donne. Oggi è tutto diverso. Hanno vent’anni e sono piccoli amministratori delegati di ditte individuali, con tutti i rischi annessi e connessi. Basta un infortunio e il gioco si rompe. A quanta vita hai rinunciato? Riservato com’è, è difficile capire cosa significhi per Sinner. Forse semplicemente stare alla Playstation con gli amici d’infanzia, passare del tempo con la famiglia, camminare nei suoi boschi della Val Pusteria. Vai a sapere. Un giorno, quando tutti i riflettori saranno spenti, quando non ci saranno più gli addetti stampa a suggerire come schivare le domande dei giornalisti, anche Jannik farà sapere al mondo chi è veramente. Ora poco trapela. È una scelta, e va bene così. Però ogni tanto gli sfuggono queste frasi. E non è facile, se sei la persona più riconoscibile del mondo, riprendersi una vita. Carlos Alcaraz è più esplicito: lui vuole andare a ballare. Vuole distrarsi a Ibiza. Vuole vedere la Formula 1 anche se l’allenatore dice no, ti distrai, non è il momento giusto. Carlos ha deciso di far fuori l’allenatore e tenersi Ibiza. Vuole fare a modo suo, come racconta nella serie Netflix in cui ha aperto la cameretta e ha fatto vedere i trofei sullo scaffale accanto al letto, insieme alla collezione di scarpe. E altri trofei in salotto, nella casa dove vive ancora con i genitori. Non sappiamo come sia la cameretta di Jannik. Se al muro aveva il poster di Nadal o di Federer. Sappiamo che ha raggiunto il sogno, e forse anche lui deve ancora capire quanto gli è costato e quanto è ancora disposto a dare.







