Non riduciamo le parole a Camere riunite del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a una celebrazione istituzionale per gli 80 anni dell’apertura dei lavori dell’Assemblea Costituente. Non sono quelle di una importante occasione di rievocazione, ma un invito a riflettere sulla delicatezza del passaggio storico che viviamo. L’importanza, cioè, di costruire la solidarietà nazionale prima ancora di qualsiasi ricerca di consenso politico. Al di là dell’attenzione che si voglia dare con una analisi alla lettera delle parole del Capo dello Stato, gli osservatori politici e economici farebbero bene a coglierne il messaggio specifico alla nazione per questo momento difficile. Che è quello di una unità di fondo senza rinunciare al confronto delle idee trovando un accordo su quello che succede veramente. Non conviene a nessuno manipolare la realtà nell’illusione che ciò faccia ottenere consenso perché in apparenza si ritiene di strapparne di più, ma in realtà il risultato finale è che si deprime il Paese.
In un contesto internazionale complicato come è quello con cui dobbiamo fare i conti, bisogna che tutti gli schieramenti politici prendano coscienza che la situazione è quella che è e tale rimane. Non accade che la situazione magicamente cambia se il voto, nella sua assoluta sovranità, sancisce un cambio di coalizione di governo. Chiunque vincerà avrà bisogno del consenso del Paese per andare avanti e fare le tante cose che si devono ancora fare. Di conseguenza se i due o più schieramenti in competizione si contendono la vittoria di un Paese spaccato dovranno fare i conti ogni giorno con questo Paese spaccato. Lo spirito costituente che Mattarella evoca è quello in cui tutti erano coscienti del fatto che bisognava costruire un Paese che potesse identificarsi nella nuova impalcatura costituzionale al costo anche di fare scelte che potevano essere motivo di critica come quella di attribuire, direttamente o indirettamente, troppi poteri di veto al Parlamento. Si partiva dal presupposto che all’epoca non si voleva che quasi nessuno si sentisse tagliato fuori a priori. Una grande intuizione perché consentì negli anni difficili della cortina di ferro di convivere con un partito, come quello comunista, che per ragioni internazionali non poteva essere integrato se non con la garanzia di partecipare al lavoro comune attraverso il confronto parlamentare. Deciderà di partecipare attivamente in Parlamento con tutte le cautele e le distinzioni del caso, ma sempre privilegiando la ricerca di soluzioni le più condivise possibili e cercando spazi concreti per i suoi interessi. Lo scenario di oggi in Parlamento non è quello di un confronto, ma di uno scontro permanente dove i problemi diventano temi di propaganda e si fa spesso finta di combattersi duramente. Viceversa, bisognerebbe mettere in campo i reciproci problemi, ma soprattutto bisognerebbe cercare di risolverli reciprocamente. Perché ciò avvenga per davvero è necessario almeno convergere nelle analisi di partenza. Se non si comincia tutti a riconoscere la crescita record dell’occupazione, il tasso di espansione delle esportazioni e di una posizione finanziaria netta rilevante in un contesto segnato dalle incertezze, il tavolo salta in partenza. Perché riconoscere le cose buone non significa affatto dare carta bianca al governo. Così come dalla maggioranza si deve ovviamente convenire che molta strada resta da fare su questioni che si trascinano da troppo tempo come quelle salariali, educative, sanitarie. Per non parlare della grande sfida comune dell’innovazione dove addirittura l’Europa, logorata dalla frammentazione e dalla lentezza decisionale, rischia di lasciare campo libero ai due grandi player, americano e cinese. Convenire su questi punti non significa rinunciare a rivendicare il lavoro già fatto, ma porre le condizioni per operare insieme e accelerare su un tracciato segnato da complicazioni interne e esterne. In Europa serve il coraggio di rendere efficace l’azione della Unione europea. Occorre acquisire la consapevolezza matura che solo sui risultati si possono costruire altri risultati. Sulla catastrofe non si costruisce niente, ancora di più se è disinvoltamente inventata, almeno in diversi passaggi. Il contesto internazionale di guerre e tregue più o meno fragili, il dominio crescente delle autocrazie e l’assenza di un nuovo governo globale per un mondo in completa trasformazione, impone sempre più a tutti di tenere conto dei “lacci e lacciuoli” di cui in un’epoca molto distante parlò Guido Carli. Si fa sempre finta che non esistano e invece si sono addirittura più aggrovigliati di quanto lo erano ai tempi di Carli. Quindi, il punto di partenza comune dovrebbe essere quello di provare a sbrogliarli. Ci sono elementi oggettivi di difficoltà internazionale dove si può incidere il giusto. Ci sono corporativismi, che non hanno colore politico ma sostenitori politici in tutti i campi, dove bisogna invece incidere con forza. È un intreccio di corporativismi che è trasversale a tutto il sistema politico e quindi riguarda la destra come la sinistra anche nelle sue declinazioni più moderate o centriste. Perché ciascuno vuole colpire i corporativismi degli altri e proteggere i suoi. Uscire da questo giogo auto-distruttivo, significa costruire la Repubblica di tutti e, soprattutto, ragionare perché questo metodo di lavoro diventi la base della costruzione del futuro.










