Si è riacceso un profondo interesse per le Canzoni di Giacomo Leopardi, libro che non si può più dire dimenticato quale opera autonoma: uscì a Bologna nel 1824 per i tipi del Nobili e Comp.° , e dunque è di gran lunga precedente i Canti editi da Piatti a Firenze (1831). Libro, dunque, di esordio, che gode di una sua struttura molto pensata e meritevole di una lettura critica non frettolosa, né marginale perché sopraffatta dal ben più celebre e celebrato volume fiorentino. Franco Fortini richiamò in uno dei suoi corsi universitari senesi quanti si erano cimentati (Francesco De Sanctis, Giosuè Carducci, Walter Binni, Gilberto Lonardi, Domenico De Robertis, Luigi Blasucci e altri che tralascio) con un testo organico, incorporato pressoché interamente nella sequenza dei Canti, anche se privo delle Annotazioni che accompagnavano i dieci componimenti trasformandolo quasi in un vero e proprio prosimetro: talvolta, magari, erano relegate in appendice e quindi assimilate a esplicazioni servili, non strettamente connesse all’ode o all’inno quali presentazioni dell’autore stesso.

A favorire questa semplificante operazione, occorre riconoscere, fu lo stesso Leopardi, che non intendeva creare disparità nella successione (non puntualmente cronologica) dell’ultima edizione da lui controllata, la napoletana Starita del 1835. Perché questa voluta mutilazione? Forse perché quelle Annotazioni vibravano di una verve rivolta ai contemporanei che non avrebbe avuto più senso ripetere: pezzi di una battaglia di fatto remota, da accantonare.