Ha suscitato grande risalto mediatico la notizia che a livello europeo mancano almeno 100.000 autisti di mezzi pubblici; in Italia il fabbisogno è di 10.000, con le carenze più acute nelle grandi città dove, peraltro, è maggiore il costo della vita. È riduttivo limitarsi all’appeal perduto della professione: siamo di fronte a un capitolo della transizione demografica che, tra invecchiamento e denatalità, sta erodendo la popolazione attiva in tutta Europa. I nodi, come si dice, arrivano al pettine.Ecco allora che la risposta prospettata, quella di cercare all’estero gli autisti, in particolare in Nordafrica (Tunisia e Marocco), si misura con un contratto che parte da 1.300 euro al mese e che comprende turni e non poche responsabilità.
La soluzione è emblematica di un approccio che crea più problemi di quanti ne risolva. Come si sostiene una famiglia a Milano in quelle condizioni? E alzare gli stipendi, pur comprensibile, significherebbe scaricare i costi sui contribuenti o sui viaggiatori, aprendo rivendicazioni legittime da parte di molte altre categorie (giovani laureati, infermieri e molti altri).Una parte decisiva della risposta a queste tendenze ineluttabili si chiama invece tecnologia. Non come slogan, ma come scelta strategica di sistema e urgente. Lo shortage di autisti non è un’anomalia: è l’antipasto di ciò che investirà molti settori nei prossimi 10-20 anni. Tamponare con manodopera a basso costo non è affatto la soluzione. Occorre utilizzare appieno quello che le tecnologie ci mettono oggi a disposizione prima che lo tsunami ci travolga, sia demografico sia migratorio.









