La partita tra Iran ed Egitto ai Mondiali ha avuto un nome in codice, “Pride Match”, per una coincidenza temporale e geografica che ha creato un paradosso geopolitico più unico che raro.

L’incontro si è giocato a Seattle, per puro caso del sorteggio di dicembre, proprio nel weekend del Pride cittadino, celebrato da oltre cinquant’anni. La coincidenza pesa perché Iran ed Egitto sono tra i paesi più repressivi al mondo per le persone Lgbtq, con pene severe previste dalla legge.

Dopo il sorteggio, le due federazioni hanno chiesto insieme alla Fifa di vietare le bandiere arcobaleno negli stadi. Quella egiziana ha parlato di attività incompatibili con la cultura e la religione dei due paesi, da evitare per mantenere lo spirito di unità e pace tra i tifosi, quella iraniana ha chiesto che nessuna attività promozionale legata al movimento Lgbtq entrasse nello stadio.

La Fifa ha respinto la richiesta, confermando bandiere e simboli Lgbtq negli stadi del Mondiale, e ha chiarito di avere autorità solo su quanto accade dentro l’impianto, mentre le celebrazioni del Pride restano un’organizzazione della città di Seattle.

Il presidente Gianni Infantino ha provato a sgonfiare la polemica, dicendo che non esiste alcun “Pride Match”, solo una partita a Seattle, ma in tanti non la pensano così, anche nel Greenwich Village di New York, dove il Pride è nato.