La fotografia è spietata: la nostra tradizione si celebra nei suoi monumenti, protetta da marmi e incenso, come un cimelio da museo che resta antico; l'altra invece si vende come futuro e si prende l'asfalto

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Milano, capitale morale a targhe alterne: un giorno il Corpus Domini in Duomo, il giorno dopo la preghiera islamica in strada, bandiere, transenne, «corsie» e recinti che separano le donne. E tu che pensavi che l'unico recinto fosse l'Area C. Ufficialmente è colpa del traffico: Milano è sempre congestionata, perfino quando si congestiona la coscienza. E così monsignor Mario Delpini sceglie la cattedrale. La versione elegante dice «gestione dell'ordine pubblico». Quella vera assomiglia a un'altra cosa: sarà un destino, sarà il caso ma la città non sa più distinguere tra libertà religiosa e occupazione identitaria, tra integrazione e sopraffazione. La fotografia è spietata: la nostra tradizione si celebra nei suoi monumenti, protetta da marmi e incenso, come un cimelio da museo che resta antico; l'altra invece si vende come futuro e si prende l'asfalto. Non è una colpa di chi prega se la preghiera sembra una sfida culturale: perché l'Italia sembra arrivare dopo Francia e Gran Bretagna, e quel Nord Europa che prova ormai fuori tempo massimo a fare retromarcia, copiandone gli errori e chiamandoli «progressi»? E mentre in piazza si discute se il recinto «sia davvero un recinto», nello stesso giorno la sinistra porta in Parlamento rappresentanti di quell'islam politico che in Europa fa litigare tribunali, scuole e diritti delle donne. Poi però guai a dirlo: se lo scrivi diventi «islamofobo», se lo chiedi sei «provocatore», se ti preoccupi per il sessismo ti spiegano che è «cultura».