VENEZIA - Residenza a Mestre, lavoro in Ecuador, ma soprattutto una complicata doppia cittadinanza, statunitense e iraniana. Un bel puzzle, la vita di Frusan Fatemeh Seifi, regista con vista (leggi speranza) sulla prossima Mostra del Cinema di Venezia. «Spero che il mio film sia ammesso nella sezione Orizzonti della prossima Mostra - racconta via Whatsapp da Quito, capitale ecuadoregna, dove insegna recitazione all'Università - Lo abbiamo inviato alla commissione esaminatrice. Sarebbe una grandissima soddisfazione personale, ma soprattutto una gratificazione per la cinematografia di questo splendido Paese, in un cui da anni trascorro ampi periodi della mia vita da giramondo».
La base però è Mestre, dove abita da anni con il marito Gino Forti, di famiglia veneziana. «Mi sento anch'io abbastanza veneziana, però sono estremamente legata alle mie origini: sono orgogliosa di essere iraniana, anche se nel mio Paese natale ho vissuto solo fino all'età di diciotto anni circa, quando la mia famiglia ha deciso di emigrare in America, per fuggire dall'oppressione del regime islamico. L'Iran è un Paese tormentato. Io sono nata quando c'era ancora lo scia. Avevo 10 anni nel 1979, quando è scoppiata la rivoluzione islamica. Ricordo che tutti credevano e speravano che, con la caduta della monarchia, fosse stato posto fine ad un regime che non concedeva troppe libertà. In realtà siamo precipitati in una dittatura religiosa molto peggiore che ha cancellato ogni libertà».Quando parla della situazione in Iran Frusan è un po' frenata, come ammette lei stessa: «Devo stare attenta, potrei avere problemi al mio rientro in patria. E poi ho tanti parenti che vivono in Iran. Purtroppo da mesi non ho più notizie. Da quando è scoppiata la guerra i contatti sono quasi impossibili. Internet è stato oscurato. Telefonare all'estero costa tantissimo ed è estremamente complicato. Spero che stiano tutti bene. Noi siamo originari della regione di Shiraz, il cuore dell'antica Persia. Anche lì ci sono stati bombardamenti, ma da quello che so non contro obiettivi civili. Speriamo, ma le bombe non sono intelligenti».Con la cittadinanza statunitense e iraniana, è come se avesse un conflitto interiore? «Ripeto, io sono iraniana di origine e sto con il mio popolo, però sono estremamente legata agli Stati Uniti dove ho vissuto per circa vent'anni dopo la fuga dall'Iran. Quando siamo espatriati la mia famiglia per qualche anno si è stabilita a Bologna, dove ho frequentato per due anni Medicina, anche con ottimi risultati, però sentivo che non era la mia strada e sono passata al Dams, il corso di laurea in arti della musica e dello spettacolo, a studiare teatro e recitazione. Quando ci siamo stabiliti a Los Angeles, ho proseguito gli studi alla California University. Per poi trasferirmi a New York, dove ho frequentato l'Actors Studio. A quel tempo il direttore artistico era Al Pacino. È stata un'esperienza fantastica, ho conosciuto e frequentato grandi attori, registi, produttori. Una full immersion che mi ha fatto crescere. Questa è la mia America. Un Paese che amo, pur con le sue contraddizioni. Anche se il presidente Trump ha deciso di bombardare il mio Iran, il legame con gli Stati Uniti resta fortissimo».Torniamo al film che spera di presentare al Lido. Ci svela la trama? «È un movie nato quasi per caso. Frequentando vari amici del mondo del cinema in Ecuador mi sono resa conto che un po' tutti avevano avuto, nelle loro vite sentimentali, situazioni difficili. Quelli che io definisco micro abusi sentimentali. Ce li siamo un po' raccontati e da lì è nata l'idea del film. Gli attori si sono scambiati le storie, per evitare la riconoscibilità dei protagonisti. Sono le storie parallele di quattro coppie, che in apparenza sembrano perfette, ma così non è. Ed infatti il titolo lo dice "Sembra amore". È una satira sociale. Tutti gli attori hanno recitato a braccio. Hanno interpretato il ruolo, calandosi nel personaggio. Spero che il film piaccia alla commissione esaminatrice della Mostra del cinema».In Italia, anni fa è uscito qualcosa di simile. Il titolo era "Perfetti Sconosciuti". «Lo so, ma io non ho visto quel film. Mi pare che fosse legato all'uso dei telefonini e ai segreti che nascondono».Chissà se il suo film potrà arrivare in Iran. «Per il momento mi auguro che varchi i confini dell'Ecuador. Per l'Iran la vedo dura, anche se pare che sia stata raggiunta un'intesa di pace, la cappa del regime continuerà ad opprimere tutto. La strada per la libertà è ancora lunga. In questo momento la proiezione di un film così è impensabile. Finché ci sarà questo regime l'Iran resterà escluso dai contatti con il resto del mondo. Siamo chiusi. E pensare che l'Iran ha grandi tradizioni culturali. Io adoro la sua storia, la sua architettura, la sua poesia, la sua bellezza. Tutto è soffocato dal regime. Io credo che ci siano 80 milioni di iraniani che desiderano che questo governo cambi. Il mio popolo è prigioniero».











