di Angelo Bianco

Ero appena arrivato in ospedale, la prima consegna è “c’è da andare in pediatria a suturare la ferita di un bambino”. Ci vado subito, non ho ancora preso il caffè, il reparto dei piccoli è vicino allo spaccio, prendo due piccioni con una fava.

“Quanti anni hai?”, mi apre tutte e due le mani, ha l’età di mia figlia, Allegra, ma ne dimostra di meno, lei ha un paio di etti in più! “Come ti chiami?”, muove le labbra ma ha dolore, è la mamma a dirmi il nome, è un dominicano, lui ha qualche etto in più di melanina. Ha una fasciatura che gli contorna il fianco, è sporca di sangue, l’infermiera comincia a rimuoverla, “cos’è successo?” La mamma mi spiega che era salito sulla tazza del bagno per prendere in un armadietto il gel dei capelli, voleva farsi bello ma è caduto, si è rotta la plastica, gli ha procurato un taglio ma nessuno sembra essere preoccupato e io, invece, mi preoccupo, sempre, quando lo vedo fare alle mie bimbe, la disattenzione fa guai seri.

È uno squarcio profondo, vedo una costa, un centimetro più in giù c’è il polmone, “c’è da portarlo subito in sala operatoria, l’allerto io”, è un guaio serio. La mamma si mette a piangere, ho come l’istinto di rimproverarla ma dovrei farlo prima con me, penso ad Allegra che è narcisa e ha dei capelli ricci meravigliosi e capricciosi, “stia tranquilla, chiudiamo la ferita, ci vorrà solo qualche giorno di pazienza e poi rimetterà il gel”.