Si sono guardati negli occhi, tutti, solo una volta. È successo mentre Angelo De Fazio e Danila Rocchi entravano nell’aula dell’udienza preliminare del tribunale di Napoli. Roberta, la sorella di Chiara Jaconis, ha poi cercato i loro sguardi ancora, durante tutta l’udienza. Lo ha fatto anche quando – dopo due ore di camera di consiglio – il gup napoletano li ha rinviati a giudizio: cooperazione in omicidio colposo l’accusa per cui il 23 ottobre Angelo De Fazio, 66 anni, e la moglie Danila Rocchi, 54 anni dovranno comparire di fronte al tribunale. Perché loro sono i genitori del 13enne che il 15 settembre 2024, secondo l’accusa, ha lanciato dal balcone del proprio appartamento nei Quartieri Spagnoli la statuina che ha colpito in testa Chiara Jaconis, 30 anni, padovana trapiantata a Parigi e nella città di Partenope per una vacanza con il fidanzato. Chiara morirà due giorni dopo, il 17 settembre.
L’ACCUSA Secondo l’architettura delineata dalla procura napoletana, i genitori, che erano a conoscenza dell’abitudine del figlio di lanciare oggetti dalle finestre (al punto di aver installato dei chiavistelli di sicurezza ai balconi e alle imposte dell’appartamento), quel giorno non avevano vigilato abbastanza su di lui e anzi – si legge nelle carte del pm – avevano continuato a tenere in casa, “alla portata del minore, numerosi manufatti ornamentali del peso tale da costituire serio pericolo per l’incolumità dei passanti, ove gettati da balconi e finestre”. Tra i raggiungibili, anche le due statuine in onice ispirate all’antico Egitto (una del peso di 2,2 chili e l’altra di 4,6 chili) che erano volate dal balcone il 15 settembre di quasi due anni fa: una delle quali aveva colpito Chiara in testa, causandole un trauma cranico con emorragia subdurale e subaracnoidea che l’aveva portata alla morte. Una serie di omissioni, le definisce la procura, diventate fatali in un pomeriggio sul calare dell’estate sotto il Vesuvio. LA FAMIGLIA «Il rinvio a giudizio è ciò che ci aspettavamo, noi non avevamo dubbi per l’ottimo lavoro della procura e dei nostri legali, gli avvocati Giuseppe Pavan e Marco Ripa. Quei genitori non hanno adeguatamente controllato il figlio e questa negligenza e imprudenza ha contribuito a causare la morte di Chiara» ha commentato Roberta Jaconis, sorella della 30enne, ieri in aula insieme alla mamma Cristina e al papà Gianfranco. «Per noi – ha continuato – riprendere un treno per Napoli significa tornare indietro in un secondo, all'inizio è come affrontare un incubo ma ogni volta che arriviamo siamo accolti dall'affetto delle persone che ci continuano a scusarsi, anche se le scuse da parte di quella famiglia non sono mai arrivate. Oggi (ieri, ndr) era la rima volta che li vedevamo ed è stato molto forte come impatto, non ci capacitiamo del perché come in questi quasi due anni non abbiano mai chiesto scusa: le cose, se lo avessero fatto, sarebbero potute andare in maniera diversa. Il processo non ci ridarà Chiara – ha concluso – ma per noi esserci e seguire il processo, ogni sua udienza, sarà un atto d’amore verso di lei, per tenerla viva, per arrivare alla verità per Chiara e trovare, un giorno, un minimo di pace». LA DECISIONE A inizio febbraio il giudice per le indagini del tribunale dei Minori di Napoli aveva invece archiviato la posizione del figlio della coppia. Secco il ragionamento: è stato lui a lanciare le statuine ma non è imputabile perché all’epoca non aveva nemmeno 14 anni. Ecco che si arriva all’inchiesta sui genitori, al mancato controllo, all’udienza di ieri e agli sguardi che Roberta ha cercato per tutta la mattinata. In nome di Chiara.











