Federica Valenti è una delle giornaliste più informate sulla Lega. Nella tribù dei cronisti parlamentari, ognuno incaricato di seguire vita e fatiche di un partito, è considerata una veterana, con la crosta dura di chi da sedici anni segue per l’agenzia Agi le dinamiche interne di una caserma, dove il dissenso rispetto al leader sembra non esistere, sterilizzato da una disciplina leninista. Da qualche mese, però, qualche scricchiolio ha cominciato a sentirsi, le crepe ad allargarsi, e Matteo Salvini a essere messo in discussione, imputato per una crisi che appare senza soluzione. La Lega cola a picco nei sondaggi, aggredita dall’esterno dall’ex generale Roberto Vannacci e straziata al suo interno dalla frustrazione dei governatori del Nord. Tutto sembra andare storto per il segretario: il portavoce storico, Matteo Pandini, che va via e il caos dei treni in ritardo che lo travolge e lo costringe a chiedere le dimissioni dell’ad di Ferrovie Stefano Donnarumma. Valenti stava raccontando questo e altro come sempre, come ha fatto ogni giorno dal 2010, attraversando i trionfi e i fallimenti del partito in questi anni, dalla caduta del fondatore Umberto Bossi all’ascesa di Salvini, alla svolta ultranazionalista e anti-Ue, dal Papeete all’adesione riluttante al governo Draghi, al crollo e all’alleanza con Giorgia Meloni. A metà di questa settimana, però, Valenti riceve una telefonata. È la sua direttrice, Rita Lofano. «Sarai assegnata agli esteri». La giornalista resta senza parole. Comincia a unire i puntini e a provare a ricostruire cosa può essere successo. Per due volte Salvini si era lamentato dei suoi articoli. La prima il 4 giugno, quando Valenti scrive di altri leghisti pronti a lasciare il partito per approdare a Futuro nazionale di Vannacci. La seconda, il giorno successivo, il 5 giugno quando racconta nel dettaglio la trattativa del leader con Luca Zaia, e le richieste dell’ex governatore veneto, che lavora a una rifondazione nordista della Lega. La sera stessa del 5 giugno Lofano e il vicedirettore con delega al settore politico Alberto Di Majo comunicano a Valenti che da ora in avanti dovrà concordare con loro pezzi e retroscena. Le imputano anche il fatto di aver dato autonomamente la notizia della morte di Bossi, avvenuta ormai quasi tre mesi prima, il 19 marzo. Il primo flash, tra tutte le agenzie, portava la sua firma. Secondo ricostruzioni interne all’Agi, in quelle ore ci sarebbero state due telefonate di Salvini: una con la direttrice, l’altra arrivata fino ai vertici dell’Eni, l’azienda di Stato proprietaria dell’agenzia, che però – contattata da La Stampa – smentisce che sia arrivata alcuna richiesta. Il leghista, si muove nervosamente di fronte alla disgregazione della sua lunga leadership. E, nella ricerca di un colpevole esterno, se la prende con la stampa. Nei mesi scorsi aveva protestato con il deputato Antonio Angelucci, eletto con la Lega ed editore dei tre principali giornali vicini alla destra (Il Giornale, Libero e Il Tempo), per il troppo spazio dedicato a Meloni, a discapito del Carroccio. Ancora prima aveva portato le sue lamentele a Marina Berlusconi, nella speranza di ottenere un migliore trattamento nei talk show di Mediaset. Stesso discorso in Rai, dove i leghisti patiscono lo strapotere di Fratelli d’Italia. La Stampa ha provato a contattare la direttrice dell’Agi, ma non ha ricevuto risposta. Ci è stata girata la mail con la quale Lofano aveva replicato al primo comunicato dell’organo sindacale interno, il Comitato di redazione. Nella missiva respinge come «illazioni» che le sue decisioni «possano essere influenzate da non meglio precisate “ragioni esterne” all’Agenzia». Il Cdr sta ancora aspettando un incontro e ieri ha chiesto, con un altro comunicato, che vengano resi noti i motivi di questo trasferimento perché – sostiene – «sarebbe singolare scoprire che in Agi si viene spostati di mansione perché si danno le notizie in esclusiva». Anche il sindacato dei giornalisti, Fnsi, e Stampa romana chiedono chiarimenti: «Sembrerebbe che Valenti sia stata trasferita di settore all’improvviso per aver dato notizie in esclusiva», una vicenda «che pone ancora una volta la questione dei “fattori esterni” che puntano a condizionare l’informazione». Si allude, ma senza fare il nome di chi avrebbe fatto pressione da fuori. L’Associazione stampa parlamentare si unisce alle manifestazioni di solidarietà con un messaggio altrettanto forte a tutela di un mestiere più volte degradato dalla politica: «Il giornalismo, tanto più quello delle agenzie di stampa, o è libero da condizionamenti esterni o non è giornalismo». Se possibile, questa verità vale maggiormente per l’Agi, vista la sua proprietà, l’Eni, società controllata dal ministero dell’Economia (oggi guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti) e dato che appena due anni fa stava per finire nelle mani di Angelucci, con un cortocircuito politico-editoriale della destra, sotto la regia di Mario Sechi, ex direttore dell’agenzia e in quei giorni portavoce di Meloni a Palazzo Chigi. Purtroppo, in una realtà come la Rai, dove il criterio è la spartizione politica, spesso le carriere vengono esaltate o affossate sulla base dell’appartenenza politica. Più difficile che questo avvenga in un’agenzia o in un quotidiano. Sia inteso, le pressioni dei politici esistono ogni giorno, di tutti (o quasi) i partiti e su tutti i direttori. Più controllano le leve del potere, più i leader, i ministri, i presidenti del Consiglio provano a far spostare giornalisti sgraditi. Certe volte ci riescono. Dipende tutto dai direttori.
“Pressioni di Salvini”. E la cronista dell’Agi viene trasferita
Le proteste con i media del leghista in crisi nei consensi. Federica Valenti aveva scritto della sfida di Zaia. La direttrice: illazioni







