Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiSteve Jobs, che a 19 anni, nel 1974, aveva fondato Apple nel garage di casa insieme al venticinquenne Steve Wozniak, nel 1985 fu messo alla porta da John Sculley, il CEO da lui stesso nominato. Jobs non la prese bene, e non aveva torto. Ma non aveva torto, si dice, neanche chi era esasperato dal suo pessimo carattere, dai suoi scatti d’umore, dalla sua maniacalità per i dettagli (il colore dello chassis, persino l’allineamento delle schede all’interno del computer) e dal suo ostentato disprezzo per l’aspetto business della nuova frontiera digitale.
Jobs pensava da artista, e da artista ossessivo, piuttosto che da uomo d’affari. Non c’era dubbio, neppure ai suoi occhi, che il Macintosh fosse «un affare», e non solo un’opera d’arte. Ma era un affare, si finì per scoprire, perché a tenere il timone dell’azienda nei mari fluttuanti dei mercati e delle quotazioni di borsa era un artista. Sculley – che prima d’essere reclutato da Jobs, di cui avrebbe disposto il licenziamento, era stato il Ceo di Pepsi Cola, che grazie a lui aveva superato le vendite della Coca Cola, sua eterna rivale – non mancava di meriti come capo azienda. Capiva «i prodotti» in generale, ma il Macintosh – che con la sua natura user friendly (le icone, il mouse, le finestre) aveva «democratizzato» (così Jobs) l’uso del personal computer – era un prodotto molto, molto particolare.






