Ha già volato sul cielo di Agnano, di San Siro, dell’Olimpico, ma vuoi mettere farlo nel cielo sopra il Maradona, nel giorno in cui la Siae certifica che tira più lui delle partite del Napoli, che fa più spettatori un suo concerto che gli azzurri contro la Juventus? Qualcuno ancora non ha capito il peso, la portata, l’importanza, del fenomeno Geolier. Certa intellighentia cittadina, e ancor più nazionale, lo snobba ancora, chi per alterigia, chi per classismo, chi per pigrizia. Ma l’abbraccio dei 150.000 delle tre notti allo stadio va compreso sino a fondo. Il golden boy del rap porta sul palco il divo 50 Cent per «Phantom» e il fantasma vocale di Pino Daniele per accendere la notte assicurando a sé stesso che, davvero, «Tutto è possibile», anche che un ragazzo del rione Gescal duetti con la star hip hop di «In da club» e riporti il Nero a Metà su quel prato a lui concesso solo due volte in vita sua.

Nel catino intitolato al D10s, gli rendono tributo Sfera Ebbasta («M’ manc»), Anna («Due giorni di fila», anche con Sfera), naturalmente il fratello maggiore Luchè («Ginevra»), ma persino più degli ospiti, persino più dei quattro atti in cui è diviso il concerto (promessa, sangue, riscatto e gloria), persino più del volo sulle note di «Campioni in Italia» e «P’ Secondigliano», persino più della riscrittura di ‘A livella con «Un ricco e un povero», persino più della scansione orgogliosa di «I’ p’ me tu p’ te», conta l’operazione «Napoli è casa tua», con l’annuncio che nel 2027 il ragazzo si esibirà soltanto a Napoli, di nuovo qui al Maradona, dal 9 all’11 giugno (biglietti già in vendita), altri tre show, e magari potrebbero diventare 4, 5 o 6, chissà, accompagnati da iniziative collaterali, sociali. È questa la «residency» che Emanuele Palumbo aveva detto di sognare nella sua città, è questo il suo modo di ringraziare chi ha scommesso su di lui quando era «solo» «nu’ muccusiello». Ora è una star, ma non ha tradito il dialetto, ancor più contratto e ripulito dalle vocali nella necessità del flow, verace, feroce, da poesia cruda. Non ha tradito la formula che lo vede tenere insieme rap e ballate neomelò, il romanticismo verace e il racconto di strada, le spacconate tipiche della cultura hip hop con la fede, una certa melanconia di fondo e i sorrisi marrani, la voglia di godersi l’attimo e l’immediata paura per quello che verrà dopo. Chitarra (Guido Della Gatta), tastiere (Nicola Abate), batteria (Vittorio Landolfi) e basso (Cristian Capasso), più una sezione d’archi (Agnese De Amicis e Anna Aurora Grieco violino, Giada Nugnes viola, Marta Poliello violoncello): qualcuno storcerà ancora il naso, ma questa è musica suonata. E ballata e cantata insieme al pubblico, che si tratti di «El pibe de oro», «Money» o «L’ultima poesia» non fa (quasi) differenza. Anche «Chiagne» e «Fotografia» fanno scattare l’effetto karaoke. Mv Killa è il fratellino, anzi il «bro’», anzi «fratm», che non può mancare, divide al microfono i versi di «Cadillac». «Tutto è possibile» è un ricatto emotivo: in questo stadio, quando si chiamava ancora San Paolo, Pino Daniele salutò l’amico andato via, Massimo Troisi. In questo stadio, i suoi amici, uno dopo l’altro (l’ultimo è stato Ramazzotti), un concerto dopo l’altro, gli stanno rendendoo omaggio come al genius loci. Geolier fa un passo indietro, guarda in aria mentre la voce del Lazzaro Sparito riempie il Maradona: «Nella vita che verrà/ sarai più giovane, amore mio/ Tutto è possibile». Un fermo immagine, suggerisce il testo: «E che ne ssaje si dimane vinci pur’ tu?». Come vinse l’ex scugnizzo del centro storico, come sta vincendo l’ex scugnizzo del rione Gescal, come vorrebbero vincere gli scugnizzi e le scugnizze del Maradona, che si danno la mano, che cantano alla luna dopo essersi arrostiti sotto il sole, che hanno sorrisi inebriati, occhi brillanti, corpi sudati, anime confuse e felici. Per una sera almeno, per tre sere almeno, e poi per tre sere di nuovo (e magari di più) l’anno prossimo, tutto è possibile, anche che allo stadio vinca la periferia, che nel cielo di Fuorigrotta si alzi il canto di una città più policentrica di quanto si voglia ammettere. Con tutte le sue contraddizioni, che Geolier rappa, canta, conosce, fugge, in cui inciampa, per cui paga pegno. «Finchè non si muore», «Come vuoi», «A Napoli non piove», «Give you my love»... Questa è casa sua, nessuno ha mai suonato così tante volte in questo stadio, nessuno ha raccolto mai così tanta gente in questo stadio. E l’anno prossimo chi vuole vederlo, ascoltarlo, abbracciarlo, anche quelli che erano a San Siro, anche quelli che erano all’Olimpico, potranno farlo solo qui. A Napoli, casa sua, lo conferma anche il saluto nei camerini del sindaco Manfredi prima dello show. Al Maradona, casa sua. Dove replica stasera e poi domani, in diretta mondiale su Prime Video e su Twitch.