*Carlo Medaglia è Professore delegato alla Terza Missione, all’innovazione didattica e all’intelligenza artificiale dell’Università Telematica IUL In questi giorni ho letto parecchi articoli che raccontavano quella che da più parti è stata salutata come una vittoria dell’uomo sull’intelligenza artificiale.
Il riferimento è a un difficile test matematico in cui quattro tra i modelli di IA più avanzati, tra cui chatGPT 5.5 pro, si sono misurati con problemi pensati per mettere alla prova un ragionamento di altissimo livello. Il test è parte del progetto indipendente First Proof, nato per seguire l’evoluzione delle capacità dell’IA nella ricerca matematica ed in cui le domande poste agli algoritmi non sono mai state pubblicate prima né su internet né nella letteratura scientifica, per limitare il rischio che i modelli si limitassero a ripetere informazioni apprese durante l’addestramento.
I risultati hanno subito prodotto titoli, commenti e interpretazioni. Da un lato chi ci ha visto la prova definitiva dei limiti delle macchine, dall’altro chi ha invitato alla prudenza ricordando che i progressi dell’intelligenza artificiale continuano a procedere a una velocità impressionante.
Eppure, scorrendo articoli, interviste e discussioni sui social, mi sono accorto che la domanda che continuava a tornarmi in mente non riguardava la matematica. Non riguardava nemmeno la vittoria o la sconfitta. La questione che mi pareva davvero interessante era un’altra: che cosa stiamo osservando, esattamente, quando mettiamo un essere umano e un algoritmo davanti allo stesso problema?







