<p>Quando per settimane o mesi ci si aspetta il peggio, quello che poi accade davvero può essere solo migliore.
Lo sanno bene gli investitori obbligazionari che, allo scoppiare della <strong>guerra in Medio Oriente</strong>, hanno iniziato a vendere titoli di Stato, specie dei Paesi importatori netti di energia come l’Italia. <span contenteditable="false"> </span> </p> <p> </p> <p>Il motivo era evidente: evitare un ritorno al 2022 quando la fiammata dell’inflazione europea in seguito al blocco delle importazioni di gas russo nel continente (in risposta all’invasione dell’Ucraina) portò a una serie di strette monetarie senza precedenti da parte della Banca Centrale Europea, e a un crollo dei titoli di Stato <strong>quantificabile nel 18,5%</strong> in un solo anno solare.<span contenteditable="false"> </span> </p> <p><span contenteditable="false"> </span><span contenteditable="false"> </span> </p> <h2><strong>La svolta improvvisa</strong></h2> <p>Quest’anno le cose sono andate in modo simile.
Almeno finora.
Il blocco dello stretto di Hormuz, i primi segnali di inflazione energetica, l’aspettativa di banche centrali più restrittive hanno portato a un deprezzamento delle obbligazioni sovrane tale per cui il <strong>Btp decennale</strong>, alla fine di marzo (primo mese di conflitto in Medio Oriente) è arrivato a trattare anche sopra il 3,9% dal 3,5% di inizio anno.<span contenteditable="false"> </span> </p> <p>Poi, nelle ultime settimane, ecco arrivare il ribaltone inatteso: l’avvio delle trattative di pace tra Usa e Iran ha improvvisamente sgonfiato le prospettive di un aumento fuori controllo dell’inflazione, e quindi di banche centrali iper-aggressive sul fronte dei tassi.






