Andy Burnham, il nuovo primo ministro britannico, medita di importare nel Regno Unito nientemeno che la proporzionale. L'obiettivo dichiarato è neutralizzare l'avanzata populista di Nigel Farage. È una resa. È, soprattutto, una confessione: quella di un Paese che si sta italianizzando con una rapidità sconcertante. Sette governi in dieci anni, una classe dirigente logorata, un'identità politica frantumata. Mentre da Londra giungono questi segnali inquietanti, il Parlamento italiano avvia l'esame di una riforma elettorale che prevede il ritorno al sistema proporzionale, corretto da un premio di maggioranza alla coalizione che raggiunga almeno il 42 per cento dei voti. Una soglia che nella realtà di un sistema politico lacerato dall'exploit di Vannacci a destra e dalla diaspora dei centristi a sinistra appare quanto mai aleatoria. Non è detto che qualcuno ci arrivi. E se non ci arriva nessuno, avremo una proporzionale pura, con tutto ciò che ne consegue in termini di coalizioni postelettorali e mercanteggiamenti notturni.Bisogna avere il coraggio di dirlo con chiarezza: i collegi uninominali non hanno fallito. Sono stati sabotati. E il sabotaggio è cominciato il giorno stesso in cui i partiti, di fronte al mandato referendario del 18 aprile 1993, decisero di obbedirgli il meno possibile. Quel referendum – il referendum Segni, come fu chiamato, portando il nome di chi con tenacia e lungimiranza lo aveva voluto – era una rivoluzione silenziosa. Gli italiani avevano votato per abbattere il sistema proporzionale con le preferenze, quella giungla nella quale i partiti prosperavano come piante parassite soffocando qualunque possibilità di governo stabile. La promessa era condensata in una formula diventata celebre: restituire lo scettro al principe, cioè ridare agli elettori il potere reale di scegliere i propri rappresentanti e, attraverso di essi, il governo del Paese.I partiti presero quel mandato e lo svuotarono con chirurgica precisione. Anziché adottare un sistema maggioritario integrale, all'inglese, si ritagliarono una quota del 25 per cento di proporzionale. Una quota che garantì la sopravvivenza del multipartitismo più sfrenato: alle consultazioni del 1998, al Quirinale si presentarono diciannove partiti. Diciannove. Come se il voto del 1993 non fosse mai avvenuto.Poi, nel 2005, il governo Berlusconi abolì i collegi uninominali del Mattarellum – che pure, con tutti i suoi limiti, restava il sistema più fedele allo spirito del 1993 – e li sostituì con il Porcellum: proporzionale pura, liste bloccate, premio di maggioranza al vincitore. La stessa architettura, in sostanza, che il governo Meloni propone oggi di replicare.Sì, i collegi uninominali sono stati reintrodotti nel 2017 con il Rosatellum, ma in una forma che ne tradisce irrimediabilmente lo spirito: appena un terzo dei seggi, e con circoscrizioni così vaste da essere geograficamente incomprensibili per l'elettore medio. Quasi nessun italiano sa oggi chi sia il deputato o il senatore eletto nel proprio collegio.La verità, dunque, è scomoda ma cristallina. In Italia non ha fallito il maggioritario. È stato assassinato con metodo. A distanza di oltre trent’anni dai referendum di Segni, la domanda che gli italiani posero allora resta ancora senza risposta. Non chiedevano soltanto una diversa legge elettorale. Chiedevano una diversa idea della politica: meno oligarchie, più responsabilità; meno nomenclature, più cittadini. Quel sogno riformista non è morto. È stato semplicemente sospeso. E aspetta ancora di essere realizzato.