Vent’anni e non sentirli. Mauro Fabris, vicentino, guida la Lega Volley femminile dal 2006 e per otto volte è stato rieletto alla presidenza. Il mandato triennale iniziato nel 2023 è in scadenza, quando si riandrà al voto Fabris, 68 anni, non si ricandiderà: «Al mio posto spero ci sarà una donna, è il momento giusto. Potrebbe farci fare un ulteriore salto in avanti». Che fa, già tira la volata? «Dico solo che adesso ci vorrebbe una personalità del mondo dell’economia per spiegare meglio di me alla Federvolley cosa serve a una lega come la nostra che è seconda solo al calcio». Che succede con la Fipav? «Siamo stati costretti a recepire nello statuto le modifiche richieste dalla Federazione ma ci riserviamo il diritto di combattere contro questa imposizione». Perché? «Ma le sembra normale che, per ipotesi, se un Premio Nobel si candidasse a presidente della nostra Lega non potrebbe farlo se non iscrivendosi prima alla Federvolley? Per carità, sono scelte autoreferenziali, obsolete». Finirà come nel calcio? «La nostra è una battaglia giusta. E poi ha visto che anche Malagò vuole rifondare la giustizia sportiva?». A differenza del calcio, la nostra pallavolo vince tanto. Ancora di più le donne. «Ci sono ancora notevoli margini di crescita ma bisogna saper accompagnare l’ecosistema del volley». Vuole dire che non è tutto oro quello che luccica? «Guardi, lancio un appello: il nostro non è un treno in corsa che non si ferma più. Pensate al calcio appunto». Cosa serve allora? «In questi anni ho soprattutto cercato di attrarre investitori, triplicando le entrate rispetto al passato. Ma attenzione: è un attimo e li perdi». Lei è stato senatore, deputato, sottosegretario: in che rapporti è con la politica? «Mattarella è il nostro primo tifoso, Meloni ha palleggiato con le nostre ragazze, Tajani ha voluto le pallavoliste ambassador dell’Italia all’estero. Ma ci sono nodi importanti, come la defiscalizzazione delle sponsorizzazioni che è stata abolita. Un elemento che scoraggia gli investitori». Solo questo? «Alla Federvolley diamo un milione e mezzo all’anno ma le azzurre non sono assicurate, per esempio. Bisogna riconoscere lo status di lavoratrice sportiva, altrimenti una nostra atleta incinta non ha garanzie. Per non parlare degli impianti, al Sud noi non ci siamo. Ho chiesto di aggiungere un commissario ai palazzetti oltre a quello per gli stadi». L’anno prossimo la sua Lega compie 40 anni. «E non siamo mai arrivati così in alto. Le campionesse però non sono mica uscite per caso. La nostra è una realtà strutturata, vent’anni fa faceva tutto il presidente, ora abbiamo un ad (Enzo Barbaro, ndr) e uno staff che organizza eventi di successo come la Coppa Italia all’Inalpi di Torino». Mica poi ci ripensa? «No. I presidenti della Serie A, che sono dei capitani coraggiosi, mi hanno chiesto di presiedere Spike Media, la nostra newco che si occupa di marketing, eventi e dei diritti media. Lo farò». Allora ne riparliamo tra altri vent’anni.