In Italia, la nascita di un figlio rappresenta ancora una frattura profonda nella vita professionale e personale delle donne: una su cinque lascia il lavoro o ne viene espulsa dopo il parto. Questo dato è il sintomo di un sistema sbilanciato, dove la cura è considerata una responsabilità quasi esclusivamente materna e dove i padri dispongono di appena dieci giorni di congedo obbligatorio, un tempo del tutto insufficiente per costruire una presenza reale nei primi mesi di vita. La denatalità non è solo un problema numerico, ma il segnale di un Paese che rende la scelta di diventare genitori estremamente costosa in termini di reddito, carriera e libertà.

Per rispondere a questa emergenza, il Comitato “Pari alla Pari” ha presentato alla Camera una proposta di legge di iniziativa popolare. Il cuore della riforma è chiaro: cinque mesi di congedo per ciascun genitore, non trasferibili e retribuiti al 100%. L'obiettivo è duplice: da un lato, colmare il gender pay gap e la distanza occupazionale tra uomini e donne; dall'altro, investire sui primi mille giorni di vita, fase decisiva per lo sviluppo dei bambini che necessitano della presenza stabile di entrambe le figure genitoriali. La proposta non dimentica i lavoratori autonomi, storicamente esclusi da queste tutele, e mira a superare le diseguaglianze territoriali tra un Nord con servizi più accessibili e un Sud dove i nidi sono spesso assenti.