Giorgio Gori è lì che osserva. In giro – dentro il Partito democratico, nel campo largo, tra le fila dell’opposizione – abbonda l’agitazione. Gente che se ne va, come Elisabetta Gualmini, Marianna Madia e Pina Picierno, sbattendo più o meno la porta. L’europarlamentare ed ex sindaco di Bergamo ha invece deciso di restare, almeno per ora. Anzi, sta persino meditando qualche passo in avanti. D’altronde prima o poi ci saranno le Primarie nel centrosinistra e il tema della candidatura riformista è ancora intatto.
Elly Schlein e, dietro di lei, un’immagine di Giorgio Gori (foto Imagoeconomica).
Sa che il rischio strumentalizzazione è elevato
La quota demopopulista è già abbondantemente coperta, fra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Stefano Bonaccini è già passato armi, bagagli e occhiali a goccia nella maggioranza. Fra i riformisti superstiti si cerca dunque qualcuno che possa rappresentare l’area. Gori ci pensa. Studia il campo. Sa che il rischio strumentalizzazione è elevato. Da una parte Schlein potrebbe dimostrare che così il pluralismo è rispettato: vedete?, anche Gori è libero di candidarsi, mica siamo in una caserma; dall’altra parte c’è invece Matteo Renzi che deve trovare un sostituto di Silvia Salis, visto che la sindaca di Genova si sente come Marco Palestra che ha preferito il Chelsea all’Inter, puntando direttamente al salto più in alto. Gori conosce entrambi i rischi, ma non disdegna pragmaticamente nessuno. Nemmeno il vecchio compagno di viaggio Renzi, di cui ricorda bene i limiti.










