Giorgio Gori dentro, Giorgio Gori fuori del Pd, Gori corteggiato da Elly Schlein per rappresentare i riformisti, oppure no. Se serve un riscontro recente, eccolo qua.
Bergamo, 24 giugno, interno giorno. Sala immersa nell’ombra ma sferzata implacabilmente dalla calura. Centocinquanta persone stipate alzano la temperatura dai 36 gradi ai 40 di una sauna innaturale. Città civile e mitteleuropea, Bergamo dalle 17 alle 19 di un giugno canicolare ascolta, compatta ed eroica, Paolo Gentiloni parlare d’Europa con a fianco Paolo Gastaldi e una sindaca Pd, Elena Carnevali, che non si limita a un saluto ma ripercorre con stimabile precisione le ragioni dell’unità europea.
Lassù in alto, collegato da Bruxelles, lo schermo rimanda un Giorgio Gori come al solito preparato e preciso, il secchione che compulsa dossier e note formali e informali prima di parlare.
Il duetto sull’Europa con Gentiloni non potrebbe essere più impeccabile. Convergono su tutto e l’ex presidente del Consiglio annota soddisfatto ma ironico che se dipendesse da quelli che cuociono in questa aula bergamasca, domani mattina l’Europa sarebbe già federale, compatta, finanziata e con un esercito più forte di quello cinese e russo, vicino a quello Usa, soprattutto se ci fosse in campo anche l’Ucraina.









