Che Kawakami Mieko sia una scrittrice molto amata, lo si vede dalle fortune dei suoi libri in Giappone, spesso designati tra i migliori secondo i librai nipponici. Di quanto fosse amata anche in Italia se ne aveva una vaga idea, fino a quando non è stata abbracciata da una folla di centinaia di lettrici e lettori al festival di Mantova.

LA SCRITTRICE, all’epoca, aveva dato un’occhiata alle domande e aveva chiesto la cortesia di aggiungerne una sulla sua infanzia, sulla povertà e sulla solitudine, e soprattutto su sua madre, scomparsa di recente dopo una malattia. Questioni che entrano e escono dai suoi romanzi e che sono convogliati in Le sorelle in giallo, ora disponibile anche in Italia (e/o, traduzione di Gianluca Coci, pp. 624, euro 23 ).

Lontana dall’autofiction così popolare tra gli autori contemporanei, Kawakami è una scrittrice in grado di sublimare il sé nascondendolo all’interno di una storia più grande, e lo fa attraverso la vita di Hana, ragazzina disillusa che va via di casa dopo che l’ultimo, violento compagno della madre le ha rubato tutti i risparmi messi da parte in un anno di lavoro, nei pomeriggi dopo la scuola.

Le sorelle in giallo parla soprattutto della vita di Hana, ma anche di molte altre giovani donne come lei. Sono cresciute povere, spesso senza amiche – non ne avevano il tempo, prese com’erano dalla necessità di sopravvivere. Le famiglie, quando ci sono, sono lontane; e tutt’al più se ne disinteressano. Lavorano come hostess negli snack bar o come accompagnatrici per uomini molto più grandi in club esclusivi. Fanno enjo kosai, «relazioni di sostegno» che nascondono un tipo di prostituzione informale e giovanile praticata da studentesse delle medie o del liceo; sono spesso senza documenti ed esistono ai margini della società, invisibili al sistema d’assistenza sociale. Hana, come tutte loro, è una ragazza intelligente e senza mezzi, la vita la stringe all’angolo, la solitudine la paralizza. Durante una chiacchierata con la vecchia En, proprietaria del ristorantino Fukuya, si rende conto di quanto il suo presente sia precario e il futuro nebuloso: «Come si dice da noi? La povertà offusca l’intelligenza, no? Tutti prima o poi dobbiamo morire, e tutti alla fine restiamo più o meno soli».