La Pixar torna ad una delle sue proprietà più amate per interrogarsi sul presente attraverso un mondo ad altezza di balocco. Diretto da Andrew Stanton, uno dei registi storici dello studio fondato da John Lasseter, e autore o co-autore del copione di Toy Story 1, 2 e 4, il quinto capitolo delle avventure di Buzz, Woody, Jessie e quelli che all’inizio conoscevamo come «i giocattoli di Andy» è ambientato sullo sfondo di una sfida esistenziale più terrorizzante del solito. Se finora la minaccia all’idilliaca vita dei giocattoli erano l’adolescenza o modelli più elaborati e accattivanti di se stessi, nel quinto capitolo entra in scena un mostro di poteri completamente diversi – freddo, piatto, infido, ineffabile, calcolatore, che sembra capace di risucchiare non solo l’attenzione dei bambini, ma anche la loro anima (come i baccelloni in una versione animata di L’invasione degli ultracorpi – perché i film Pixar, e i Toy Story in particolare sono ricchi di citazioni cinefile). È lo schermo di un tablet. T5 comincia con una di quelle intuizioni geniali di cui traboccavano gli anni Pixar pre-Disney. Una sequenza da cinema muto, con un tocco di James Bond. Da un container arrugginito, arenatosi sulla spiaggia, esce… un esercito di Buzz Lightyear. In perfetta formazione, il senso di importanza classico di Buzz- l’esercito appare concentrato su una missione importantissima – senza sapere di cosa si tratta. E questa trama parallela, molto buffa, continua per tutto il film.
Toy Story 5, raccontare il presente da un mondo all’altezza di balocco | il manifesto
(Visioni) La Pixar torna ad una delle sue proprietà più amate per interrogarsi sul presente attraverso un mondo ad altezza di balocco. Diretto da Andrew Stanton, uno dei registi storici dello studio fondato da John Lasseter, e autore o co-autore del copione di Toy Story 1, 2 e 4, il quinto capitolo delle avventure di Buzz,












