«Il governo riferisca su cosa è accaduto», dice Guerini. E Trenta: «Serviva il coraggio di Sanchez»
Il caso basi italiane usate nella guerra in Iran non accenna a chiudersi. E anzi, alimenta discussioni più generali sul rapporto tra Italia e Stati uniti e sulla sostanza dei trattati su cui l’uso di queste basi si poggia, trattati segreti ma che forse, essendo passati parecchi anni dal primo, quello del 1954, a questo punto andrebbero resi pubblici. La pensa così, l’ex ministro della Difesa del primo governo Pentastellato, Elisabetta Trenta, oggi a capo dell’Osservatorio sulla Difesa di Unipegaso (e non più nel M5s): «Secondo me essendo accordi datati sarebbe giusto desecretarli, per fare in modo che i cittadini si fidino della amministrazione politica è giusto assicurare o comunque estendere i margini di trasparenza.
Quando ero ministra mi ero data come obiettivo il recuperare la comprensione del mondo della difesa da parte dei cittadini. Poi certo, la trasparenza non può diventare insicurezza ci possono essere dei limiti necessari. Su questa guerra il governo avrebbe dovuto essere più netto, seguendo il coraggio che ha avuto Sanchez».
Nel complesso, però, Trenta esprime solidarietà al suo successore: «Da ex ministro dico che mi fido di quello che dice Crosetto. Credo che abbia detto la verità che quando c’è stata una richiesta è stata rifiutata perché direttamente collegata alle attività belliche nell’area. Quando la decisione che viene presa è diversa è giusto informare il parlamento, non c’è un obbligo di legge ma ne va del rapporto tra Parlamento e governo. Io stessa quando ero ministro ho negato una autorizzazione perché si andava fuori dalle attività strettamente logistiche».
















