“Devo confessare che quest’anno ho sofferto molto di fronte alle polemiche sulla violenza dei movimenti giovanili antagonisti. Non è mai stata in dubbio la condanna dei gesti di violenza, ma le polemiche ci hanno a volte distratti rispetto ai messaggi di disagio che potevamo intercettare fra i giovani arrabbiati e al grido che sale da una grande massa di giovani pacifici”. Per l’arcivescovo di Torino Roberto Repole, la festa patronale di San Giovanni diventa l’occasione per richiamare l’attenzione su alcune delle grandi questioni che la città ha vissuto nell’ultimo anno. Prime fra tutte, quella della rabbia e del disagio giovanile. Sentimenti che hanno trovato il loro sfogo anche nei tanti momenti di scontri di piazza dopo lo sgombero del centro sociale Askatasuna.

Non è la prima volta che il vescovo interviene sui grandi temi della città, in maniera anche più netta dell’amministrazione di centrosinistra. Tre anni fa monsignore Repole richiamava i vertici di Stellantis e gli Elkann a un maggiore impegno per far restare le produzioni dell’automotive a Torino. E soltanto pochi mesi fa lanciava un appello contro l’ipotesi di riconvertire l’industria dell’automotive in industria bellica: “Torino non diventi la città delle armi”. Mercoledì mattina, nel corso dell’omelia per la festa patronale, di fronte ai vertici della politica e della magistratura locale, monsignor Repole ha sottolineato come le polemiche sulla violenza dei movimenti giovanili antagonisti rappresentano una “distrazione” dalla vera questione da affrontare: “I messaggi di disagio che potevamo intercettare fra i giovani arrabbiati e il grido che sale da una grande massa di giovani pacifici”. Questa è la vera sfida. “Credo che essere adulti di fronte ai giovani, sia quando protestano, sia quando urlano la loro sofferenza, sia quando sono semplicemente giovani – ha precisato monsignor Repole – non possa ridursi a reprimere senza spiegare o avallare tutto senza indicare una direzione, senza indirizzare in una strada da percorrere con fiducia. Se ci limitiamo a reprimere senza spiegare o a lasciar fare, voltandoci dall’altra parte, non stiamo volendo bene davvero ai nostri figli”. Per questo è fondamentale il ruolo di chi “come Giovanni Battista si prende la responsabilità di mostrare una via e lo fa sporcandosi le mani in un compito educativo tanto nascosto, quanto indispensabile all’esistenza di una città e di una società ancora umane”. Dai genitori agli insegnanti, dagli educatori ai preti, fino agli uomini della politica o dello spettacolo”.