di Michela Mantovan

Di "overtourism" parlava già Seneca nelle sue Lettere a Lucilio, ma dopo la pandemia il fenomeno è esploso. «Non vogliamo fare la fine di Barcellona», ha detto il sindaco di Atene alle prese con due milioni di turisti su 700 mila abitanti. C’è anche chi redige ogni anno la lista dei luoghi da “non visitare”, perché l’assalto li sta distruggendo. Nel 2026 al primo posto c’è l’Antartide

E così, 2500 anni dopo, ci risiamo: il mese scorso il sindaco di Atene Haris Doukas, noto piantatore di alberi (4000 in tutta la città) non si è tenuto e di fronte all’invasione della Plaka, il quartiere antico sui cui vigilano gli occhi delle Cariatidi, l’ha detto chiaro: «Non vogliamo diventare come Barcellona»: due milioni di turisti su 700 mila abitanti sono davvero molti. Ma perché Doukas ha citato proprio Barcellona? La città catalana dal 2014 lotta con durezza contro il lato oscuro del turismo ed è arrivata a decidere di vietare entro il 2028 gli affitti brevi a causa dei quali il prezzo delle case è aumentato del 68% in 10 anni.

Ma torniamo a Pericle, padre della democrazia ateniese e committente, per dirne una, del Partenone. In quei tempi Atene già era invasa dai turisti, come anche Olimpia per i Giochi, Delfi per l’oracolo e l’Egitto per i faraoni. Lo sappiamo perché in alcune tombe della Valle dei Re i viaggiatori greci e romani incisero le loro recensioni sul granito. Gli antichi vandali usavano i graffiti, quindi facevano più fatica ma questo non bastava a fermarli. Nel migliaio di scritte ritrovate, c’è questa: «Ho visitato e non mi è piaciuto niente tranne il sarcofago». Per non parlare dell’antica Roma: «Davanti a noi che ci affrettiamo, una marea di uomini blocca il cammino; la folla che segue da dietro ci schiaccia i lombi in densa ressa; uno mi colpisce col gomito, un altro con un bastone; uno mi sbatte una trave sulla testa, un altro un barile da dieci galloni. Ho le gambe coperte di fango, mi calpestano da ogni parte, e il chiodo del sandalo militare rimane impresso sul mio piede», scrisse Giovenale nella sua Terza satira. Era il I secolo dopo Cristo. Neanche la gita fuoriporta era un granchè, a quanto pare: «Che necessità c’è di vedere gente ubriaca che girovaga sulla spiaggia, che fa baldoria sulle navi, specchi d’acqua dove risuonano concerti e altre brutture che la dissolutezza, quasi sciolta da ogni legge, commette, e per giunta sotto gli occhi di tutti?», domanda Seneca al giovane Lucilio in una delle sue Lettere. Parlava di Baia, ora Bacoli, dove c’erano le ville dei ricchi romani un po’ cafonal, diremmo oggi. Il filosofo maestro di Nerone si arrabbiò così tanto che dopo sole 24 ore decise di andarsene da quel «ricettacolo di vizi».