di Fiamma Tinelli

A Pechino, per il bilaterale tra Trump e Xi Jinping, erano tutti maschi. Idem a Doha, a Jeddah, a Davos. Quando il mondo va alle armi, la parte femminile sparisce dalla stanza dei bottoni: se va bene finisce nelle retrovie. Ma sottolinearlo non è un appello alle quote di genere

Dodici di qua, dodici di là. Giacca, cravatta, giacca, cravatta, giacca, cravatta. Pechino, 14 maggio 2026. La Grande Sala del Popolo ospita una distesa di grisaglie. L’incontro bilaterale tra Donald Trump e Xi Jinping, il dossier Taiwan che scotta sul tavolo, è un monumento al testosterone: non c’è una donna che sia una. Quando esce lo scatto del meeting, Gita Gopinath, ex vice direttrice del Fondo Monetario Internazionale, commenta con un tweet secco: «È il dipinto della fine della meritocrazia». Non è il solo. Doha, gennaio 2025, negoziati su Gaza. A discutere il futuro di Israele e della Striscia un pool di qatarioti, israeliani, egiziani, americani. Tutti maschi. Idem a Jeddah, due mesi dopo. Per stringere il nodo sul destino di Kyiv arrivano consiglieri, barbe finte dei servizi, inviati speciali. La foto ricordo per la stampa ritrae trentadue uomini. Trentadue.La solita storia? No. Quella a cui siamo di fronte è una regressione sistemica. E la parola chiave per spiegarla è una sola: guerra.Ucraina, Gaza, Iran: nell’ultimo anno i conflitti nel mondo sono stati 61, il numero più alto dal 1945. Eppure, in oltre 50 processi di pace, secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite, le donne rappresentavano solo il 7% dei negoziatori. Fino al 2020, erano il 13%. Bene se fanno le sherpa nelle retrovie, le analiste. Ma quando la guerra si tratta di condurla, negoziarla o decidere come finirla, spiega la storica Margaret MacMillan nel suo War: How Conflict Shaped Us, è una faccenda da uomini. E no, non è una questione di politicamente corretto. Il fatto è che la guerra è tornata a essere una dimensione strutturale del nostro tempo; continuare a interpretarla con una grammatica del potere novecentesca, osserva Monica Lucarelli per Fondazione Bellisario, non è soltanto anacronistico: è un deficit di realtà. Una miopia strategica. Il punto, chiariamo, non è se le donne siano più buone o più inclini alla pace. Quando decidono o sono costrette a combattere, osserva MacMillan, possono essere feroci quanto gli uomini. Il punto è che le donne, in guerra, sono al centro. Le prime vittime: torturate, affamate, stuprate, mutilate, esiliate, lapidate, sepolte. Pronte a spendersi, sempre: come soldatesse, infermiere, aviatrici, madri, telegrafiste, spie. Eppure, per loro la stanza dei bottoni resta chiusa. Di fatto, il potere maschiocentrico esclude dalle decisioni metà della popolazione mondiale.